L’isola dei morti e il viaggio verso l’ignoto

Un isolotto roccioso, simile a un imponente megalite, che racchiude una cupa macchia di cipressi. Un piccolo porticciolo si affaccia sulla piatta distesa di acqua solcata da una piccola barca a remi. Essa è condotta da un personaggio a poppa, mentre a prua vi è una figura eterea, visita interamente di bianco e una bara, anch’essa bianca, ornata di festoni. L’opera del pittore svizzero Arnold Böcklin, L’isola dei morti, suggerisce un’atmosfera grandiosa, definitiva: l’assenza del sole fa sì che al di là delle nuvole possa filtrare una luce tesa ad uniformare l’intero scenario e, tanto la presenza di portali sepolcrali nelle rocce quanto l’oscurità imposta dai cipressi, anticipano l’eterno silenzio che pare attendere le figure umane sulla barchetta. Nel dipinto di Böcklin non traspare paura, bensì un senso di rassegnazione e immobilità, come se la realtà fosse ormai pronta a cedere il passo a un mondo onirico al servizio di ciò che potrebbe essere semplicemente definito l’ultimo viaggio dell’anima.

Arnold Böcklin è considerato l’indiscutibile maestro della cultura figurativa tedesca dell’800 eppure, realizzando L’isola dei morti, ha involontariamente eletto la propria opera asimbolodella pitturasimbolista” in quanto, allo stampo classicista e alla passionalità decadente del romanticismo, l’artista di Basilea ha aggiunto un linguaggio pittorico crudo, concreto, atto a rendere realistico uno scenario estremamente onirico, facendo sì che il suo capolavoro assumesse un valore ancora più ambiguo ed enigmatico.

«Chi guarda questo quadro deve aver timore di disturbare il solenne silenzio con una parola espressa ad alta voce». Un’intenzione che ha combaciato alla perfezione con l’esecuzione pittorica procurando a Böcklin un immediato successo. Il fascino di L’isola dei morti però, si espande ben oltre e non trascurabile è l’assenza di certezze riguardo a un possibile luogo ed evento che possa aver ispirato il pittore. Le rocce, l’acqua, la barca, i cipressi, il bianco accecante della figura dominante, sono inequivocabilmente richiami arcaici che evocano quell’Aldilà che pochi anni prima aveva accolto una delle figliolette di Boklin, la piccola Anna Maria, sepolta nel cimitero degli inglesi, a Firenze. Un lutto che potrebbe essere verosimilmente additato come incipit alla realizzazione dell’opera nel 1880, non fosse che essa ha un committente, tale Alexander Gunther, così come desta perplessità il fatto che Böcklin non si sia preoccupato di dare un nome al quadro, ribattezzato tre anni dopo dal suo mercante d’arte, Fritz Gurlitt.

Il critico d’arte Julius Meier-Graef nel suo “Il caso Böcklin”, datato 1905, sostiene che quel luogo altro non sia che una rielaborazione del cimitero in cui riposano le spoglie della figlioletta ma, nonostante l’esauriente analisi del saggista tedesco, la ricerca del luogo misterioso non si sarebbe  fermata. Alcuni colleghi di Meier-Graefe hanno ipotizzato che il modello roccioso potrebbe essere l’isola di Pontikonissi, vicino a Corfù, altri che si tratta di Capri con i suoi faraglioni, altri ancora non escludono che vi siano richiami dell’isola di Ponza. Di certo, tempo una ventina d’anni e l’interesse intorno al dipinto sarebbe a poco, a poco scemato, al punto che quando nel 1921 il curatore del Museo d’arte di Basilea Heinrich Alfred Schmid pubblicò uno scritto su L’Isola dei morti per sua ammissione fu perché indotto a giustificare l’acquisto di una delle cinque versioni del dipinto che, specifichiamo, si differenziano l’una dall’altra per tonalità, ma non come soggetto.

A ben poco valsero gli elogi di Sigmund Freud, per tornare in auge L’isola dei morti ebbe bisogno di un adulatore che ne accrebbe la sinistra fama: Adolf Hitler. Pare che il Führer fosse ossessionato dal dipinto di Böcklin e l’acquisto di una delle versioni, poi esposta nella sua stanza di rappresentanza, testimonia come tra i tanti racconti che presero a circolare sui motivi che portarono l’opera alla corte di Hitler, probabilmente vi fosse una fascinazione che andava oltre alle probabili letture esoteriche.

Sia Böcklin che Hitler erano ammaliati dalla mitologia nordica e dalle complesse allegorie celtiche. La sete di potere spinse però il dittatore tedesco a costituire un gruppo operativo nominato Ahnenerbe, il cui scopo era quello di investigare sulle radici della civiltà ariana nonché di ricercare i cosiddetti Oggetti di potere che secondo la credenza popolare permettono al loro padrone di dominare la Terra quali il Sacro Graal, l’Arca dell’alleanza e la lancia di Longino. Non è da escludere che nel complesso immaginario di Hitler L’isola dei morti potesse detenere un qualche valore, simbolico o non.

È risaputo che Hitler subisse il fascino della morte, così come si potrebbe dedurre che l’isola di Böcklin sia la meta ultima del viaggio metafisico per eccellenza. Si potrebbe aprire un excursus sottolineando come l’associazione tra il cipresso ed i cimiteri sia istintiva quanto ingannevole. Il suo legno non solo è pregiato ma anche incorruttibile al punto da spingere Dio ad indicarlo a Noè nel Libro della Genesi: «Costruisci un’arca di legno di cipresso!». Perseguendo questa direzione si potrebbe concludere che l’isola altro non sia che un non luogo, un’isola di immortali, un pantheon ideale in cui Hitler poteva vedersi proiettato.

Non va dimenticato che sulla tomba di Bocklin vi è scolpito Non omnis moriar, ossia non morirò totalmente. Meno noto, seppur documentata, è invece una frase pronunciata da Hitler il 9 maggio del 1938 quando a Piana Michelangelo, alla vista dei cipressi, disse: «Finalmente, finalmente capisco Böcklin».

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