Morley, se stai leggendo c’é ancora tempo

«Se stai leggendo questo, c’é ancora tempo». Ed il tempo per Morley è un mescolarsi tra passato, presente e futuro; tra le pieghe di una proiezione intima, sensoriale, prima ancora che legata allo scorrere delle ore, dei giorni, della vita. Morley non combatte il consumismo, non posa la propria attenzione sul razzismo, non sentenzia sulle guerre e il bisogno di pace nel mondo. Per Morley l’essere umano si consuma senza che gli sia imposto di sottostare a diktat sociali, senza piegarsi al sistema, perché la vera guerra è quella che ognuno combatte all’interno della propria anima in una rilettura infinita di ciò che è stato o avrebbe potuto essere, nella speranza di un futuro che forse non sarà, ma per cui è necessario lottare. Per Morley la pace è avere qualcosa per cui lottare, per cui soffrire, per cui essere felice.

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Il doppio inferno di Franz Kafka

«Che cosa state facendo, qui, in questo inverno senza fine?».

Un ritratto infantile presenta Franz Kafka come un bambino sui cinque anni, snello, con grandi occhi scuri, interrogativi, le labbra cupamente chiuse, perfettamente concilianti con l’adulto che sarebbe divenuto, le cui fotografe mostrano un uomo con il volto scavato, signorile, l’espressione sostenuta, lo sguardo, acuto e penetrante, fisso sull’osservatore, quasi volesse carpirne i pensieri, la natura. Eppure Franz Kafka è appeso a un doppio filo. Proveniente da una famiglia benestante, nonostante l’ingombrante presenza paterna, nessuno lo ostacola nell’approfondire la sua passione per la letteratura, per la filosofia e la religione, così come non gli viene posto alcun veto riguardo alle amicizie, tutte appartenenti a circoli artistici. Franz però, si considera brutto, inetto, e il desiderio di compiacere il padre è così pressante da non mettere mai in discussione l’ipotesi di un futuro diverso da quello dell’assicuratore. Tutto in lui sembra rispecchiare processi tesi allo svilimento personale: tormentato dal desiderio sessuale, per la maggior parte della sua vita frequentò bordelli, alternando questa pratica a relazioni travagliate, tutte condizionate dall’angoscia del fallimento che espiava  ricorrendo a sistematici tradimenti. La sua posizione sociale era solida, ma allo stesso tempo, l’ordinarietà delle sue mansioni lo rese una sorta di invisibile. Fu la scrittura a permettergli di aprire il proprio animo ai sentimenti più segreti, incanalando una parte di sé tra i meandri di una doppia vita che non prevaricò mai le sue giornate ufficiali. Sentendosi inadeguato a tutto, non avvertì mai la necessità di essere riconosciuto come autore e di conseguenza non attribuì nella pubblicazione un fine. Semplicemente, per Franz Kafka scrivere era un’esigenza al servizio del proprio io.

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Babelplatz, un rogo lungo secoli

«Quando i libri verranno bruciati, alla fine verranno bruciate anche le persone».

Heinrich Heine

Berlino. Quartiere Mitte. Quando tra il 1741 e il 1743 George Wenzelaus von Knobelsforff presentò alla corte del Re Federico II di Prussia un progetto teso a rivalutare la Opernplatz, ossia Piazza dell’Opera, affinché rappresentasse il punto focale del Forum Fridericianum, difficilmente quel regno che avrebbe fatto della cultura un moto d’orgoglio, avrebbe mai immaginato che il 10 maggio del 1933, quel luogo in seguito ribattezzato Babelplatz in onore dello scrittore August Babel; su ordine del ministro della propaganda del Terzo Reich, Joseph Goebbels, sarebbe stato teatro di un rogo durante il quale vennero bruciati circa 25.000 libri di autori illustri, eppure considerati sovversivi, pericolosi per il regime.

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Met Gala 2019, un sogno lungo una notte

Il Met Gala. Tecnicamente un evento di beneficenza a favore del The Costume Institute, che si tiene ogni primo lunedì di maggio presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Padrona assoluta di casa è sua maestà Anne Wintour, onnipotente direttrice di Vogue che, insieme al curatore Andrew Bolton, ha scelto come tema annuale il “camp”, ossia un concetto tanto esteso quanto difficile da definire con precisione. Un po’ come è complesso da classificare tutto ciò che ruota intorno al mondo della moda, del cinema, di Hollywood e del Met stesso, considerato non a caso una sorta di “serata degli Oscar della costa orientale”. Ad ogni modo, esiste un testo di riferimento, ossia l’omonimo saggio di Susan Sontag, pubblicato sulla rivista Partisan Review nel lontano 1964. Giusto per facilitare le cose, la categoria del “camp” abbraccia universi estetici lontani fra di loro,avendo però come punto in comune il “principio della contraddizione”. Insomma si parla di tutto e del contrario di tutto, seppure tutto converge tra le braccia di un messaggio visivo eccentrico, esagerato, artificioso, possibilmente molto, molto snob. Certo, la serata non è per tutti. Chi è senza invito – e la lista è lunga – deve metter mano al portafoglio: 25,000 $ per un ticket, quanto al tavolo, indispensabile per partecipare al party, il prezzo varia dai 75,000 $ ai 250,000 $. 

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Bobby Fischer, il re solo

Non poteva permettersi di coltivare sogni, l’adolescente Regina Wender. Figlia di esuli polacchi, trapiantati in Svizzera; appena sedicenne, iniziò a lavorare come operaia in una fabbrica bellica perché quella miseria da cui i genitori avevano tentato di fuggire, sembrava far parte del loro patrimonio genetico, un po’ come le origini ebraiche. Tra immani sacrifici riuscì comunque a terminare gli studi da maestra, ad abbandonare la catena di montaggio per un posto da insegnante, per quindi iscriversi a un corso da infermiera e iniziare a correre di corsia in corsia, finché un giorno prese un treno Mosca dove, oltre a laurearsi come medico, avrebbe sposato Gerhardt Fischer, il quale nel 1938 la rese madre di una bambina, Joan. Il rapporto non tardò però a incrinarsi e Regina decise di volare negli Stati Uniti, paese in cui, guarda caso, a Gerhardt venne negato il permesso di immigrazione per le sue sospette simpatie comuniste. Assunta in un ospedale di Chicago, nel 1942 iniziò a frequentare il fisico ungherese Paul Nemenyi, dando vita a una relazione che apparve persino negli atti dell’FBI – che seguiva segretamente la vita privata della coppia perché sospettava che lei potesse essere una spia al servizio dei Sovietici, tanto più da quando al compagno era stato affidato un importante incarico presso il Naval Ordnance Laboratory di White Oak. Il 9 marzo del 1943 Regina diede all luce il suo secondo figlio: Robert James. Non poteva essere figlio del marito, da cui Regina divorzierà nel 1945, eppure sul certificato fu registrato il cognome Fischer”. E fu così, che quel bambino sarebbe passato alla storia, come Bobby Fischer.

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I demoni del giovane Salinger

«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai conosciuto. È spaventoso. Perfino se vado all’edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente dico che sto andando all’opera». Holden Caulfield ha sedici anni, è alto, magrissimo ed ha alcuni capelli bianchi sul lato destro della testa. Pur essendo un bugiardo patologico, odia gli ipocriti e tenta di respingere l’angoscia che lo attanaglia tramite un cinismo a tratti commuovente. Per quanto si definisca spesso «stupido» la sua prorompente sensibilità, la devastazione che si è insidiata nel suo animo con la morte del fratellino minore, lo rende più maturo dei suoi coetanei. Jerome David Salinger ne fu consapevole sin da subito. Grazie al suo personaggio aveva scoperto sé stesso, quel vuoto a cui non riusciva a dare un nome, quel desiderio di assoluto che rischia di ridursi in niente. Holden Caulfield era il suo alter-ego, divenne la luce in fondo al tunnel, una possibilità di redenzione, un aiuto per esorcizzare i propri demoni.

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Sergej Esenin, l’usignolo russo

Leggenda vuole che in alcuni boschi della Russia, al tramonto, gli usignoli si concedano a un concerto talmente melodioso, malinconico e incantevole da riuscire ad accarezzare le corde più profonde degli esseri umani disposti ad aprire loro il cuore, per uscire da questa esperienza in completa simbiosi con la natura che li circonda, ma ancor più in armonia con la parte più tenera e istintiva di sé stessi. Fu così che anche sullo spegnersi del 3 ottobre 1895, tra gli arbusti delle campagne di Konstantinovo, gli usignoli cantarono per celebrare la nascita di Sergej Aleksándrovič Esénin. I suoi riccioli d’oro, la bocca carnosa, la pelle delicata e gli occhi chiari, esasperatamente espressivi, lo fecero sembrare fuori posto sin dal principio. Nulla lo riconduceva alla estrazione contadina da cui proveniva, tutto però lo riconciliava con gli elementi ad essa legati: la morbidezza dei prati, la metamorfosi degli alberi, la leggerezza delle foglie, la soave rigorosità dei fiumi, la dolcezza della rugiada, la durezza della neve che diviene ghiaccio, il vento che taglia l’aria – e al pari di una lama – la pelle, l’istintività degli animali. 

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Stephen King, tra ossessioni, incubi e deliri

L’ex capitano della Marina Mercantile David Spansky era un uomo taciturno, scostante, pignolo e diffidente che quando decise di chiudere con il proprio passato per stabilirsi a Portland, nel Maine, e impiegarsi presso la Electrolux, decise di modificare il proprio nome in Donald King. Sposatosi con una ragazza di umili origini, Nellie Ruth Pillsbury, le impedì di cercarsi un lavoro affinché potesse dedicarsi alla cura della casa; compito che lei svolgeva al meglio per poi occupare il tempo libero divorando libri di ogni genere. A causa della sterilità di uno dei due coniugi, si presume di Donald, nel 1945 adottarono un bambino, David Victor. Quel rapporto indolente, privo di slanci per via del temperamento impossibile dell’uomo, si deteriorò ulteriormente nei primi mesi del 1947, quando Nellie annunciò al marito di aspettare un figlio, che nascerà il 21 settembre del 1947 ed a cui verrà dato il nome di Stephen King. Affinché la situazione degeneri è sufficiente passino due anni e un pomeriggio, vero sera, Donald esca di casa per una delle sue passeggiate; dalla quale però non farà più ritorno. 

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Nascita dell’impero russo

Le prime tracce di tennis in Russia compaiono verso il 1860 quando a San Pietroburgo vede la luce il San Pietroburgo Cricket Club. Da lì a poco viene introdotto il gioco del lawn tennis; le cui prime menzioni sono verificabili tra le pagine di Anna Karenina, di Lev Tolstoj, pubblicato a puntate tra il 1873 e il 1877. Il grande romanziere stesso era un grande appassionato al punto da farsi costruire un campo in erba nella sua tenuta di Jasnaja Poljana. Introdotto tramite diplomatici e studenti britannici, il tennis venne subito apprezzato dai russi in quanto univa in se’ componenti eleganti ma, allo stesso tempo, sollecitava l’indole competitiva di chi lo praticava. Fu così che nel 1888 venne fondato il primo Circolo Tennis a San Pietroburgo, il Lawn Tennis Club. Verso la fine dell‘800 il lawn tennis si diffuse in diverse città della Russia; da Mosca a Kiev, da Odessa a Taganrog.

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Coco Chanel, la donna che si impose sul destino

Quando nacque la sua seconda figlia, Albert stava girovagando, di mercato in mercato, tra i paesini incastonati sui monti dell’Alvernia, dove la natura domina tutto, tra picchi montuosi, foreste, laghi e persino qualche massiccio vulcanico i cui crateri profondi sono testimoni delle violente collere di un tempo. Schiacciato non solo dalla potenza di quei paesaggi, Albert era un uomo sconfitto dalla vita: già padre di una bambina; si era venduto a Eugénie Devolle, detta Jeanne, quale commerciante anziché ambulante di biancheria intima e quella menzogna più o meno innocente si trasfigurò in avidità quando i genitori della ragazza gli offrirono una somma di denaro affinché la sposasse per evitare lo scandalo di due figlie “senza padre”. La realtà prese forma attraverso la perenne assenza dell’uomo e la necessità della donna di lavorare, nonostante la salute cagionevole, come lavandaia presso l’ospedale di beneficenza gestito dalle Sorelle della Provvidenza a Saumur. E fu lì, in una misera abitazione adiacente all’ospizio dei poveri che il 19 agosto del 1883 Jeanne diede alla luce Gabrielle. Troppo debole per presenziare alla registrazione della bambina, all’anagrafe storpiarono il cognome di Gabrielle in “Chasnel”. Un errore a cui nessuno pensò di rimediare, almeno finché Gabrielle non divenne Coco; al che, quel “Chasnel”, venne corretto in Chanel.

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