Dolores O’Riordan e quei demoni in agguato

«Questa non è Hollywood, come ho ben capito». Dalle campagne irlandesi ai palchi più prestigiosi del pianeta terra. Dalla solitudine assordante ai riflettori di tutto il mondo puntati addosso, ossessivi, impietosi. Dalla luce all’oscurità. La vita di Dolores O’Riordan è iniziata come una ossessiva corsa a compimento di una predestinazione, per quindi diventare un’allucinata fuga nel tentativo di respingere l’attenzione morbosa di chi la vedeva come una sorta di miracolo vivente e al tempo stesso un inseguimento angosciato e angoscioso teso ad afferrare quel miraggio di pace, destinato a svanire ogni volta che prendeva forma davanti ai suoi occhi. 

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Cani neri, l’abisso del male

«La verità è che ci amiamo, non abbiamo mai smesso, per noi è un’ossessione. Solo abbiamo fallito in un punto. Non siamo riusciti a vivere. Non abbiamo saputo mettere da parte l’amore, ma nemmeno piegarci al suo potere». Nel suo quinto romanzo, “Cani Neri”, Ian McEwan si immerge in una storia intensa, scandita da salti temporali, attraversata da echi mai sopiti, densa di suggestioni in cui la storia, l’amore, il male, gli ideali si mescolano fino a dar forma a una nube oscura, destinata a gravare sul destino dei personaggi. 

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Harry Houdini, il visionario della magia

«Se c’è un modo per tornare indietro dall’aldilà, io lo troverò».

La smania di incantare le folle, di regalare un sogno ad occhi aperti, di evadere da carceri e miseria, di scardinare manette e miraggi, di emergere da casse sommerse e utopie. Primordiale era la passione che avvicinava Harry Houdini a ogni sfida; si trattasse di un gioco di prestigio, di un trucco da mago, di una traversata da aviatore, di una prova da cineasta; quanto ancestrale era l’amore che lo legava alla madre; tanto da avvicinarlo al mondo dello spiritismo, da desiderare di uscirne sconfitto, per una volta almeno, affinché qualcuno dimostrasse che esiste un aldilà abitato da spiriti, un luogo in cui la magia non è in balia ad abilità, bensì di forze occulte, superiori, persino a lui stesso. 

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All’improvviso, Stella Tennant

Androgina. Aristocratica. Indefinibile. Sfuggente. Stella Tennant ha attraversato, influenzato, sconvolto vent’anni di storia della moda. Stella Tennant ha riscritto i parametri di ciò che è bellezza. Senza volerlo. Senza saperlo. In fondo si sa, quando a definirti basta il nome, sei una leggenda. E quando c’era lei, di mezzo, bastava il suo nome. «È arrivata Stella». E tutti sapevamo che non si stava parlando di nessun altro se non di lei; di Stella Tennant.

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Dallo spazio e ritorno

Non si trattò di una libera scelta. Si ritrovò coinvolto in una missione dove sono gli altri a scegliere per te. Una lotteria dove milioni di  numerini svolazzano giù dal cielo, leggeri e indeclinabili. Si disse che era abituato alle missioni di un certo tipo, che era arrivato a un’età in cui non si sentiva di poter escludere categoricamente di ritrovarsi costretto ad affrontare anche le prove più complesse; perché la vita ti forma, ti cambia, ti rende consapevole di quanto minimale sia la tua esistenza al cospetto di un piano globale, assoluto. A nemmeno quarant’anni doveva partire per lo spazio ed era necessaria una certa preparazione. Lo aspettava una navicella e un corollario di elementi degni di quell’incarico. Lo spazio è un anagramma, un abbaglio, un punto interrogativo senza contorni. Lo spazio è un luogo nero, privo di ossigeno. E nel suo caso, la mancanza d’aria era il problema primario.

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Quarantena

Non ho ancora capito cosa mai possiamo aver fatto per aver meritato tutto questo. All’inizio aprivo gli occhi e l’unico senso in grado di affiorare era un vuoto ingombrante. Un senso di nulla scandito da un rimbombo sordo, pulsante ma ovattato. Quel senso di vacuità senza date, né luoghi, senza giorno, né notte inghiottito a poco a poco dall’affiorare di passi dispersi, voci indistinte, echi simili a fili aspri. Solo allora quel pozzo senza fondo inizia a creparsi, a sgretolarsi. E lì, tutto si rovescia. La materializzazione della realtà sono i morti. Una processione di volti sconosciuti, immaginati, forse nemmeno mai esistiti. I morti ormai non muoiono, i morti nascono sotto forma di numeri privi di vicinanza, di vissuto comune. Ipocrisia. La gente moriva anche prima della quarantena. Ma ora c’è la paura. La paura di diventare un numero. La paura che tua madre o tuo padre, diventino niente altro che un numero. Genitori, figli, nonni, mariti, mogli, amanti, amici; tutti numeri.

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Stig Dagerman, il genio bruciato dal dolore

«Cos’è allora il tempo se non una consolazione dato che niente d’umano può essere perenne?».

Di tutti i valori, Stig Dagerman riteneva che il solo in grado di rendere gli esseri umani migliori, di avvalorare il loro passaggio sulla terra, fosse la purezza. La negazione di una qualsiasi forma di compromesso, l’empatia che permette di entrare in sintonia con il prossimo, di generare quella solidarietà emotiva che converge in fratellanza, rappresentavano per Stig Dagerman il comandamento principale, la meta che sola poteva donare pace all’anima. Eppure, crescendo lo scrittore svedese si rese conto come la purezza stesse perdendo ogni parvenza di significato. Responsabile di quel imperdonabile degrado erano le strutture che influenzavano la crescita umana, dalle famiglie agli insegnanti, a chiunque svolgesse un ruolo di guida, che impartisse i diktat dettati dall’esperienza; ossia un vile tentativo di negare tutto ciò che si era sperimentato di più puro, di più vero da bambini. Stig Dagerman riconobbe il cinismo spaventoso, implicito, che si cela dietro all’esperienza, quasi essa fosse il massimo obiettivo da perseguire nella vita. Per questo, l’ingresso nel mondo adulto lo destabilizzò. L’inesperienza per Dagerman era il sale della scoperta, un approccio privo di ipocrisia sul mondo, uno sguardo carico di aspettative rivolto a un miraggio. Per questo motivo Stig Dagerman temeva l’esperienza, madre del compromesso, ossia di un meccanismo contorto spesso guardato con rispetto e ammirazione, ma al contrario, un demone che mira a distruggere la parte migliore, la parte più pura di sé stessi. Per questo motivo, Stig Dagerman si bruciò.

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Los Angeles, una magia senza inizio e senza fine

Los Angeles. Nome in codice L.A. Per i sognatori, i romantici, i visionari, i poeti molto di più: la città degli angeli. Los Angeles la città senza un centro, senza una vera e propria piazza, senza un’identità definita e definibile, bensì un agglomerato di anime suddivise in una contea che sembra non finire più, perché effettivamente dici Los Angeles e ti immagini il futuro, le opportunità, il mare, il deserto, i canyon il sole e le stelle. Los Angeles dice tutto, senza dire niente. Perché Los Angeles è un sortilegio, un sogno ad occhi aperti che tanto promette e niente mantiene, o meglio, è persino disposta ad offrirti di più, a donarti di più, così, come per magia. A patto che la respiri, la comprendi, la riverisci. Fino a divenirne ostaggio.

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Morley, se stai leggendo c’é ancora tempo

«Se stai leggendo questo, c’é ancora tempo». Ed il tempo per Morley è un mescolarsi tra passato, presente e futuro; tra le pieghe di una proiezione intima, sensoriale, prima ancora che legata allo scorrere delle ore, dei giorni, della vita. Morley non combatte il consumismo, non posa la propria attenzione sul razzismo, non sentenzia sulle guerre e il bisogno di pace nel mondo. Per Morley l’essere umano si consuma senza che gli sia imposto di sottostare a diktat sociali, senza piegarsi al sistema, perché la vera guerra è quella che ognuno combatte all’interno della propria anima in una rilettura infinita di ciò che è stato o avrebbe potuto essere, nella speranza di un futuro che forse non sarà, ma per cui è necessario lottare. Per Morley la pace è avere qualcosa per cui lottare, per cui soffrire, per cui essere felice.

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Il doppio inferno di Franz Kafka

«Che cosa state facendo, qui, in questo inverno senza fine?».

Un ritratto infantile presenta Franz Kafka come un bambino sui cinque anni, snello, con grandi occhi scuri, interrogativi, le labbra cupamente chiuse, perfettamente concilianti con l’adulto che sarebbe divenuto, le cui fotografe mostrano un uomo con il volto scavato, signorile, l’espressione sostenuta, lo sguardo, acuto e penetrante, fisso sull’osservatore, quasi volesse carpirne i pensieri, la natura. Eppure Franz Kafka è appeso a un doppio filo. Proveniente da una famiglia benestante, nonostante l’ingombrante presenza paterna, nessuno lo ostacola nell’approfondire la sua passione per la letteratura, per la filosofia e la religione, così come non gli viene posto alcun veto riguardo alle amicizie, tutte appartenenti a circoli artistici. Franz però, si considera brutto, inetto, e il desiderio di compiacere il padre è così pressante da non mettere mai in discussione l’ipotesi di un futuro diverso da quello dell’assicuratore. Tutto in lui sembra rispecchiare processi tesi allo svilimento personale: tormentato dal desiderio sessuale, per la maggior parte della sua vita frequentò bordelli, alternando questa pratica a relazioni travagliate, tutte condizionate dall’angoscia del fallimento che espiava  ricorrendo a sistematici tradimenti. La sua posizione sociale era solida, ma allo stesso tempo, l’ordinarietà delle sue mansioni lo rese una sorta di invisibile. Fu la scrittura a permettergli di aprire il proprio animo ai sentimenti più segreti, incanalando una parte di sé tra i meandri di una doppia vita che non prevaricò mai le sue giornate ufficiali. Sentendosi inadeguato a tutto, non avvertì mai la necessità di essere riconosciuto come autore e di conseguenza non attribuì nella pubblicazione un fine. Semplicemente, per Franz Kafka scrivere era un’esigenza al servizio del proprio io.

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