Met Gala 2019, un sogno lungo una notte

Il Met Gala. Tecnicamente un evento di beneficenza a favore del The Costume Institute, che si tiene ogni primo lunedì di maggio presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Padrona assoluta di casa è sua maestà Anne Wintour, onnipotente direttrice di Vogue che, insieme al curatore Andrew Bolton, ha scelto come tema annuale il “camp”, ossia un concetto tanto esteso quanto difficile da definire con precisione. Un po’ come è complesso da classificare tutto ciò che ruota intorno al mondo della moda, del cinema, di Hollywood e del Met stesso, considerato non a caso una sorta di “serata degli Oscar della costa orientale”. Ad ogni modo, esiste un testo di riferimento, ossia l’omonimo saggio di Susan Sontag, pubblicato sulla rivista Partisan Review nel lontano 1964. Giusto per facilitare le cose, la categoria del “camp” abbraccia universi estetici lontani fra di loro,avendo però come punto in comune il “principio della contraddizione”. Insomma si parla di tutto e del contrario di tutto, seppure tutto converge tra le braccia di un messaggio visivo eccentrico, esagerato, artificioso, possibilmente molto, molto snob. Certo, la serata non è per tutti. Chi è senza invito – e la lista è lunga – deve metter mano al portafoglio: 25,000 $ per un ticket, quanto al tavolo, indispensabile per partecipare al party, il prezzo varia dai 75,000 $ ai 250,000 $. 

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Bobby Fischer, il re solo

Non poteva permettersi di coltivare sogni, l’adolescente Regina Wender. Figlia di esuli polacchi, trapiantati in Svizzera; appena sedicenne, iniziò a lavorare come operaia in una fabbrica bellica perché quella miseria da cui i genitori avevano tentato di fuggire, sembrava far parte del loro patrimonio genetico, un po’ come le origini ebraiche. Tra immani sacrifici riuscì comunque a terminare gli studi da maestra, ad abbandonare la catena di montaggio per un posto da insegnante, per quindi iscriversi a un corso da infermiera e iniziare a correre di corsia in corsia, finché un giorno prese un treno Mosca dove, oltre a laurearsi come medico, avrebbe sposato Gerhardt Fischer, il quale nel 1938 la rese madre di una bambina, Joan. Il rapporto non tardò però a incrinarsi e Regina decise di volare negli Stati Uniti, paese in cui, guarda caso, a Gerhardt venne negato il permesso di immigrazione per le sue sospette simpatie comuniste. Assunta in un ospedale di Chicago, nel 1942 iniziò a frequentare il fisico ungherese Paul Nemenyi, dando vita a una relazione che apparve persino negli atti dell’FBI – che seguiva segretamente la vita privata della coppia perché sospettava che lei potesse essere una spia al servizio dei Sovietici, tanto più da quando al compagno era stato affidato un importante incarico presso il Naval Ordnance Laboratory di White Oak. Il 9 marzo del 1943 Regina diede all luce il suo secondo figlio: Robert James. Non poteva essere figlio del marito, da cui Regina divorzierà nel 1945, eppure sul certificato fu registrato il cognome Fischer”. E fu così, che quel bambino sarebbe passato alla storia, come Bobby Fischer.

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I demoni del giovane Salinger

«Io sono il più fenomenale bugiardo che abbiate mai conosciuto. È spaventoso. Perfino se vado all’edicola a comprare il giornale, e qualcuno mi domanda che cosa faccio, come niente dico che sto andando all’opera». Holden Caulfield ha sedici anni, è alto, magrissimo ed ha alcuni capelli bianchi sul lato destro della testa. Pur essendo un bugiardo patologico, odia gli ipocriti e tenta di respingere l’angoscia che lo attanaglia tramite un cinismo a tratti commuovente. Per quanto si definisca spesso «stupido» la sua prorompente sensibilità, la devastazione che si è insidiata nel suo animo con la morte del fratellino minore, lo rende più maturo dei suoi coetanei. Jerome David Salinger ne fu consapevole sin da subito. Grazie al suo personaggio aveva scoperto sé stesso, quel vuoto a cui non riusciva a dare un nome, quel desiderio di assoluto che rischia di ridursi in niente. Holden Caulfield era il suo alter-ego, divenne la luce in fondo al tunnel, una possibilità di redenzione, un aiuto per esorcizzare i propri demoni.

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Sergej Esenin, l’usignolo russo

Leggenda vuole che in alcuni boschi della Russia, al tramonto, gli usignoli si concedano a un concerto talmente melodioso, malinconico e incantevole da riuscire ad accarezzare le corde più profonde degli esseri umani disposti ad aprire loro il cuore, per uscire da questa esperienza in completa simbiosi con la natura che li circonda, ma ancor più in armonia con la parte più tenera e istintiva di sé stessi. Fu così che anche sullo spegnersi del 3 ottobre 1895, tra gli arbusti delle campagne di Konstantinovo, gli usignoli cantarono per celebrare la nascita di Sergej Aleksándrovič Esénin. I suoi riccioli d’oro, la bocca carnosa, la pelle delicata e gli occhi chiari, esasperatamente espressivi, lo fecero sembrare fuori posto sin dal principio. Nulla lo riconduceva alla estrazione contadina da cui proveniva, tutto però lo riconciliava con gli elementi ad essa legati: la morbidezza dei prati, la metamorfosi degli alberi, la leggerezza delle foglie, la soave rigorosità dei fiumi, la dolcezza della rugiada, la durezza della neve che diviene ghiaccio, il vento che taglia l’aria – e al pari di una lama – la pelle, l’istintività degli animali. 

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Stephen King, tra ossessioni, incubi e deliri

L’ex capitano della Marina Mercantile David Spansky era un uomo taciturno, scostante, pignolo e diffidente che quando decise di chiudere con il proprio passato per stabilirsi a Portland, nel Maine, e impiegarsi presso la Electrolux, decise di modificare il proprio nome in Donald King. Sposatosi con una ragazza di umili origini, Nellie Ruth Pillsbury, le impedì di cercarsi un lavoro affinché potesse dedicarsi alla cura della casa; compito che lei svolgeva al meglio per poi occupare il tempo libero divorando libri di ogni genere. A causa della sterilità di uno dei due coniugi, si presume di Donald, nel 1945 adottarono un bambino, David Victor. Quel rapporto indolente, privo di slanci per via del temperamento impossibile dell’uomo, si deteriorò ulteriormente nei primi mesi del 1947, quando Nellie annunciò al marito di aspettare un figlio, che nascerà il 21 settembre del 1947 ed a cui verrà dato il nome di Stephen King. Affinché la situazione degeneri è sufficiente passino due anni e un pomeriggio, vero sera, Donald esca di casa per una delle sue passeggiate; dalla quale però non farà più ritorno. 

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Nascita dell’impero russo

Le prime tracce di tennis in Russia compaiono verso il 1860 quando a San Pietroburgo vede la luce il San Pietroburgo Cricket Club. Da lì a poco viene introdotto il gioco del lawn tennis; le cui prime menzioni sono verificabili tra le pagine di Anna Karenina, di Lev Tolstoj, pubblicato a puntate tra il 1873 e il 1877. Il grande romanziere stesso era un grande appassionato al punto da farsi costruire un campo in erba nella sua tenuta di Jasnaja Poljana. Introdotto tramite diplomatici e studenti britannici, il tennis venne subito apprezzato dai russi in quanto univa in se’ componenti eleganti ma, allo stesso tempo, sollecitava l’indole competitiva di chi lo praticava. Fu così che nel 1888 venne fondato il primo Circolo Tennis a San Pietroburgo, il Lawn Tennis Club. Verso la fine dell‘800 il lawn tennis si diffuse in diverse città della Russia; da Mosca a Kiev, da Odessa a Taganrog.

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Coco Chanel, la donna che si impose sul destino

Quando nacque la sua seconda figlia, Albert stava girovagando, di mercato in mercato, tra i paesini incastonati sui monti dell’Alvernia, dove la natura domina tutto, tra picchi montuosi, foreste, laghi e persino qualche massiccio vulcanico i cui crateri profondi sono testimoni delle violente collere di un tempo. Schiacciato non solo dalla potenza di quei paesaggi, Albert era un uomo sconfitto dalla vita: già padre di una bambina; si era venduto a Eugénie Devolle, detta Jeanne, quale commerciante anziché ambulante di biancheria intima e quella menzogna più o meno innocente si trasfigurò in avidità quando i genitori della ragazza gli offrirono una somma di denaro affinché la sposasse per evitare lo scandalo di due figlie “senza padre”. La realtà prese forma attraverso la perenne assenza dell’uomo e la necessità della donna di lavorare, nonostante la salute cagionevole, come lavandaia presso l’ospedale di beneficenza gestito dalle Sorelle della Provvidenza a Saumur. E fu lì, in una misera abitazione adiacente all’ospizio dei poveri che il 19 agosto del 1883 Jeanne diede alla luce Gabrielle. Troppo debole per presenziare alla registrazione della bambina, all’anagrafe storpiarono il cognome di Gabrielle in “Chasnel”. Un errore a cui nessuno pensò di rimediare, almeno finché Gabrielle non divenne Coco; al che, quel “Chasnel”, venne corretto in Chanel.

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Rudolf Nureyev, il tartaro volante

L’essere umano da sempre avverte il bisogno primordiale di confrontarsi con l’archetipo del viaggio e le infinite implicazioni simboliche a esso connesse. Sete di conoscenza, desiderio di riscatto o di conquista, ricerca della verità; da Ulisse a Enea, dai cavalieri erranti agli Argonauti, dalle  migrazioni mongole alle peregrinazioni del popolo ebreo per arrivare al percorso nell’aldilà della Divina Commedia; sono molteplici i viaggi nell’antichità, nella letteratura e nelle fiabe; tra cui la storia di una donna russa, Farida, che nel marzo del 1938 insieme alle tre figlie intraprende un viaggio, da Ufa a Vladivostok, dove lavorava il marito, Hamet, un militare dell’Armata Rossa di origine tartara. È lì, su un vagone di un treno nella Ferrovia Transiberiana nei pressi di Irkutsk, in Siberia, che il 17 marzo dà alla luce il quarto figlio, Rudolf Nureyev.

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Espiazione, il senso di colpa incancellabile

È un caldo giorno d’estate del 1935 e l’Inghilterra sta per imbarcarsi in una nuova guerra seppure l’alta borghesia, personificata nella famiglia Tallis, cerca di non pensarci, almeno a eccezione dell’assente padre di famiglia regolarmente costretto a intrattenersi a Londra. Ad assorbire la signora Tallis è invece l’incessante emicrania, nonché l’arrivo nella villa in campagna dei nipoti: Lola e i gemelli. Non meno impegnativa è l’accoglienza che desiderano riservare al figlio maggiore, Leon, in arrivo con un amico, tale Paul Marshall, ricco proprietario di una fabbrica di cioccolato che ha ideato delle barrette che punta a imbucare nella sacca dei soldati britannici. Emily ha pure altre due figlie: la mezzana Cecilia e la minore di dieci anni Briony. Se la prima è combattuta, frenata, tra e dalle scelte da compiere per il suo futuro – e causa di ciò si renderà conto essere i sentimenti inconsci che la legano a Robbie, figlio della donne delle pulizie -, la seconda è una tredicenne egocentrica, ma in primo luogo provetta scrittrice in quanto dotata di una immaginazione senza confini. Sono queste le basi su cui si posa Espiazione di Ian McEwen che, in quel preciso giorno, fa accadere una catena di eventi destinati a distruggere la vita di due persone. Forse tre.

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Guernica, la mistificazione della morte

La cronaca universalmente propinata descrive Guernica come una cittadina basca di 7.000 abitanti, bucolica e priva di interessi militari che, mentre la Spagna era lacerata della guerra civile, lunedì 26 aprile 1937, giorno di mercato, venne rasa al suolo dall’aviazione nazista provocando 1454 morti, e 889 feriti, per lo più vecchi, donne e bambini in quanto gli uomini erano tutti impegnati a combattere Francisco Franco. Quando fu diffusa la notizia Pablo Picasso era impegnato nella realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi, svoltasi dal 25 maggio al 25 novembre. Sconcertato dall’efferata strage, l’artista avrebbe così deciso di dipingere un quadro che denunciasse l’atrocità del bombardamento riversato su Guernica.

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