Eilean Mòr, il faro del mistero

Al largo della costa occidentale della Scozia affiorano dall’Oceano Atlantico i Sette Cacciatori (Seven Hunters), poi ridefinite Isole Flannan in onore del vescovo Flann il quale nel 1600 decise di ritirarsi su una di esse, Eilean Mòr. Il vento, il mare, i gabbiani e le preghiere furono gli unici compagni di quell’uomo che per vent’anni riflesse e placò in quei lembi di terra oltre le Ebridi Esterne il suo bisogno di dialogo con Dio. L’alienazione e la solitudine del vescovo Flann trasudava nei muri della modestissima cappella in cui aveva dimorato, unica testimone del suo passaggio, ma anche dei tragici naufragi che colpirono un numero considerevole di imbarcazioni che, sedotte dal miraggio di nuove rotte commerciali, avevano sfidato la sorte  trasfigurata nelle imprevedibili correnti atlantiche per trovare la morte proprio ai bordi di quelle sponde rocciose.

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Antonio Machado, la catarsi del dolore

Una solitudine profonda, alleggerita dal gravoso peso che custodiscono i ricordi, grave al pari del drammatico cammino che, tramite i versi, sembravano indicargli la via per accarezzare una elaborata catarsi, quel sofisticato processo di purificazione reso possibile da una intimista quanto penetrante introspezione in grado di lenire il dolore, eppure incapace di guarirlo. La poesia di Antonio Machado racchiude in sé stessa la più alta espressione avanguardista senza però appartenere a nessun movimento in quanto incastrata, intrappolata alla concretezza della terra ma al tempo stesso aleatoria, dolorosamente espressionista. I colori delle sue liriche sono intensi, accesi, riflettono quell’inquietudine, quelle domande senza risposta riguardo al tempo, l’amore, Dio e la morte, che hanno esteso le radici nella sua anima, provocando un tormento lacerante, impossibile da scalfire. Una sofferenza quella di Machado urlata a pieni polmoni ma da una tale distanza da giungere al lettore flebile come un sospiro, disturbate come potrebbe esserlo l’eco indistinguibile che produce la voce di un profugo.

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L’arte degenerata dei sette vizi capitali tedeschi

Seppure il concetto di degenerazione dell’arte non sia una prerogativa del regime nazista – in quanto già agli albori del 1800 Friedrich Schlegel lo aveva utilizzato per etichettare l’involuzione poetica che a suo modo di vedere avvenne nella tarda antichità – l’esplicita intenzione di associare una presunta degenerazione a caratteristiche intrinseche delle razze umane meno sviluppate fa sì che il termine «arte degenerata» trovasse il suo habitat naturale principalmente nella Germania guidata da Adolf Hitler. Una spinta che, ironia della sorte, ebbe il proprio trampolino di lancio tramite l’opera di un critico ebreo, Max Nordau, il Entertung ossia degenerazione, il cui intento risiedeva nel ricondurre la degenerazione dell’arte alla degenerazione dell’artista partendo dagli studi di Cesare Lombroso – il quale sosteneva come i criminali presentassero dei tratti somatici peculiari classici di gruppi umani che avevano subito un processo involutivo – per quindi isolare una serie di poeti, pittori e letterati dei suoi tempi, per lo più appartenenti ai movimenti del simbolismo e dell’impressionismo, a suo dire predisposti a riversare sulle masse arte degenerata.

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Russofobia, pregiudizi e menzogne

«Perché prendersela con qualcuno per niente quando ce la si può prendere con la Russia per tutto?». Questa domanda provocatoria sembra essere il perno su cui fa leva Guy Mettan per documentare le percezioni distorte, le immagini traviate, le accuse infondate che l’Occidente ha accumulato nei confronti della Russia al fine di imputarle l’etichetta di popolo barbaro, incapace di far sentire la propria voce perché ignorante in quanto sottomesso al dispotismo, ma incline, nel nome di quel solo uomo al potere, a riversare sulle altre genti un atroce espansionismo. È forse troppo semplice soffermarsi sul significato del termine despota? Diversamente dall’Europa, in cui è sinonimo di tiranno, in slavo altro non significa che re. Essere un autocrate per un sovrano russo significa non essere il vassallo di nessuno, esser libero rispetto a qualsiasi potenza straniera e non dovere il proprio potere a nessuno se non a Dio. Guy Mettan è lucidissimo quando spiega come «A partire dagli umanisti del rinascimento la libertà è per gli occidentali un modo di raggiungere la perfezione e la salvezza eterna. I russi considerano la libertà come un potere capriccioso e discrezionale che immerge l’uomo nella depravazione e lo allontana dalla salvezza. Ragion per cui essi hanno delegato la libertà al principe e non agli uomini affinché possa essere egli per loro il garante della pace».

Un sentimento, la russofobia, che il giornalista e scrittore svizzero spiega come abbia visto origine tredici secoli fa, quando Carlo Magno, in stretto accordo con i teologi del papa, ha deciso di cancellare Mosca dalla coscienza europea come era stato fatto con Bisanzio. La disputa sul Fililoque, – innescatasi dal momento in cui è stata cambiata la formula del Credo accordata durante l Concilio di Nicea del 381, la quale recitava che lo Spirito procede dal Padre, senza aggiungere dal Figlio, passaggio quest’ultimo inserito nell’ambito della Chiasa latina senza il benché minimo scrupolo di dialogo con la Chiesa orientale – altro non è stato che il primo sasso lanciato contro un l’Est Europa e generatore di un Scisma non solo religioso.

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I viaggiatori senza nome di Amélie Nothomb

L’entrata di Cristo a Bruxelles” e “Senza nome” sono due racconti brevi usciti dalla costantemente illuminata penna di Amélie Nothomb. Entrambi leggibili in poco più di un’ora, necessitano di tempi tutt’altro che brevi affinché si dispieghino quei processi di “metabolizzazione” che, quasi fosse un’esigenza non scritta da parte della belga, conducono il lettore tra i meandri di trame che all’apparenza sinuose non sono, ma celano in loro stesse chiavi di lettura multiformi, a loro volta suddivise in spunti e trabocchetti, tutti equamente distribuiti affinché curiosità, noia, incomprensione o sensazione di aver isolato l’elemento risolutore delle vicende si mescolino tra loro allo scopo di rimescolare le carte per l’ennesima volta.

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Centralia, l’inferno che ha ispirato Silent Hill

Centralia. Contea di Columbia sito nello Stato della Pennsylvania. È in una domenica autunnale al tramonto del XIX secolo che il prete della comunità, adirato per l’obbrobriosa condotta dei suoi parrocchiani, avrebbe pronunciato l’infausta profezia: «Centralia scomparirà tra le fiamme eccetto la chiesa e il cimitero». Caso, destino o intervento divino, attualmente di Centralia rimane una chiesa, un cimitero, un edificio in cui sosta un camion dei pompieri e… sette abitanti. Un tempo florida cittadina mineraria, a ridurla in una sorta di città fantasma è stato un incendio divampato nel maggio del 1962 e che ancora arde nel sottosuolo ricco di antracite, a più di cento metri di profondità, in una superficie di quasi 3700 acri.

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La grave leggerezza dell’essere umani

È nell’estemporaneità di un’impalpabile brezza filosofica che si compie e si consuma tutta l’insostenibile leggerezza dell’essere che attanaglia gli esseri umani. Il principio si basa sulla visione di Parmenide del Cosmo – che non ritiene composto da entità soggette a trasformazione, bensì costituito dall’essere, ossia una sostanza unica, immobile, ingenerata, e continua – nel cui calderone può compiersi la teoria dell’eterno ritorno di Friedrich Nietzsche, il quale concepisce il tempo come ciclico, per cui l’universo rinasce e rimuore ripetendo eternamente un determinato corso e rimanendo sempre sé stesso.

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Ius primae noctis: falso mito o scomoda verità?

Tra le pieghe di un kolossal spudoratamente definito storico, seppure in base a come pare stiano le cose sarebbe più corretto considerarlo epico, capace di smuovere un budget di 72 milioni di dollari in cambio di un incasso pari a 210 milioni e cinque Oscar, dove, tanto per fare un esempio, per realizzare alcune scene furono arruolati circa 3.000 militari dell’esercito irlandese e furono utilizzate circa 10.000 frecce, dovrà pur esserci una qualche verità? Per quanto un film sia per antonomasia trasposizione, in alcuni casi mistificazione, ancor più spesso ispirato da una storia più o meno vera, nel pluripremiato e all’unanimità acclamato Braveheart la goccia che fa traboccare il vaso nel cuore impavido di William Wallance, innescando con il senno di poi una catena di eventi decisamente evitabili, ancor di più dell’oppressione inglese sulla sua Scozia è quando il nobile locale irrompe durante i festeggiamenti di un matrimonio reclamando la ius primae noctis.

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Il Grande Miao, una storia di conquista

Risale al 1964 la prima pubblicazione di Il Grande Miao, romanzo di cui Paul Gallico si assume l’onere e l’onore di firmare solo la prefazione e la postfazione, mentre il blocco centrale proviene tutto dalla zampetta di una gatta, tale Micina. Per intenderci, lo scrittore racconta di essersi visto consegnare un manoscritto che un vicino si era trovato davanti alla porta di casa. Lavorando in una casa editrice ed essendo scritto seguendo un apparente codice cifrato, il tizio chiede a Paul di venire a capo del rebus. Colto da un’illuminazione, Paul Gallico capisce ben presto che l’autrice questa gatta che, raccontando la propria storia ed esperienza personale, intende fornire preziosi consigli ai suoi simili affinché possano spingersi verso la totale conquista felina della razza umana.

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George Michael, l’uomo che voleva afferrare la ‘luce verde’

«Last Christmas I gave you my heart, but the very next day you gave it away». La profezia di un ultimo Natale, un cuore carico di passione gettato via. Sono tante le metafore, i simbolismi che sembrano aver innalzato, accompagnato, fino a deturpare la parabola artistica e umana di George Michael. Dall’eco assordante che ha generato l’esplosione planetaria degli Wham! alla trionfale, seppur meno delirante in termini di isteria  di massa, consacrazione come solista, un salto nel buio, o meglio fra le stelle, fortemente desiderato, voluto, proiettato verso una ricerca che ne ha fatto un qualcosa di diverso senza però mai riuscire a tranciare definitivamente con il suo passato, senza riuscire a stracciare l’icona da sex symbol cucitagli addosso, non sugli abiti ma sulla pelle, nonostante il coming out, nonostante gli scandali, nonostante le ombre sinistre che si rispecchiavano su quello che pareva trasfigurarsi in un precoce viale del tramonto, un silenzio, una crisi esistenziale o chissà, forse persino produttiva, che ne ha avvolto gli ultimi anni di vita. Perché no, «so I’m never gonna dance again», come cantava in Careless Whisper, non ballerà mai più George Michael, morto a cinquantatré anni proprio la notte di Natale, un ultimo ballo carico di amarezza, di domande senza risposte, mentre in tutti cresce l’esigenza di riavvolgere il nastro.

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