Morley, se stai leggendo c’é ancora tempo

«Se stai leggendo questo, c’é ancora tempo». Ed il tempo per Morley è un mescolarsi tra passato, presente e futuro; tra le pieghe di una proiezione intima, sensoriale, prima ancora che legata allo scorrere delle ore, dei giorni, della vita. Morley non combatte il consumismo, non posa la propria attenzione sul razzismo, non sentenzia sulle guerre e il bisogno di pace nel mondo. Per Morley l’essere umano si consuma senza che gli sia imposto di sottostare a diktat sociali, senza piegarsi al sistema, perché la vera guerra è quella che ognuno combatte all’interno della propria anima in una rilettura infinita di ciò che è stato o avrebbe potuto essere, nella speranza di un futuro che forse non sarà, ma per cui è necessario lottare. Per Morley la pace è avere qualcosa per cui lottare, per cui soffrire, per cui essere felice.

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Füssli, il pittore del diavolo

Era solito definirsi «painter in ordinary to the Devil», il pittore ufficiale del diavolo. Precursore inaccessibile, affascinò i suoi contemporanei, appannando la bellezza neoclassica di paura, di ombre, di un qualcosa di indefinibile, pronto a varcare i confini del reale per farsi spazio in un mondo intermedio dove creature spettrali, demoniache, appaiono in tutta la loro inconsistenza tattile, scavando abissi immani nella mente, suggerendo visioni sinistre, ansiotiche; dando voce a quel tormento universale spesso impossibile da esprimere a parole. Johann Heinrich Füssli fece del disagio, dell’oppressione, i confini entro cui muoversi, caricando di amorfa oscurità i luoghi in cui fissava quelle incarnazioni fuggite dagli incubi, dai deliri, dalle superstizioni, dal cuore dell’umanità.

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Edvard Munch, un urlo senza fine

Malattia, dolore, follia, morte. Quattro parole per racchiudere un’infanzia, un’adolescenza, qualsiasi meccanismo che attiva, induce, influenza la crescita di un bambino, la sua visione del mondo, l’impotenza al cospetto della perdita, della precarietà della vita. Non è un caso che l’esistenza di Edvard Munch sarà associata a un urlo senza fine. Nato il 12 dicembre del 1863 a Loten, in Norvegia, appena un anno dopo la famiglia si trasferì a Christiania, l’odierna Oslo, in quanto il padre, Christian Munch, venne impiegato come medico presso la fortezza Akershus. Secondo di cinque fratelli, sin dalla fanciullezza fu segnato da una serie interminabile di disgrazie familiari. La madre morì di tubercolosi quando Edvard aveva appena quattro anni, seguita dalla sorella maggiore di un anno, Johanne Sophie, alla quale era legato da un profondo affetto e che si spegnerà nel 1877 a causa della stessa malattia. Non solo, da lì a poco il padre cadde vittima di una sindrome maniaco-depressiva e negli anni si aggiunse la pazzia della sorella minore, Laura, nonché la morte del solo fratello maschio, Andreas. Fu per lo più la zia Karen a occuparsi dell’adolescente Edvard, la cui costituzione malaticcia lo indusse a segnare svariate assenze a scuola. A casa, Edvard avviò così una personale formazione in ambito storico-letterario – per poi immergersi anima e corpo nella dimensione horror-psicologica dello scrittore americano Edgar Alla Poe -, alternando allo studio una vera e propria passione al mondo dell’arte, che espresse attivamente iniziando a disegnare. Afflitto regolarmente da incubi notturni, Edvard Munch impresse su carta i disagi economici che affliggevano la sua famiglia raffigurando gli interni degradati dell’appartamento in cui vivevano, gettando così le basi della macabra visione del mondo che lo renderà celebre.

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Caravaggio, il seduttore delle tenebre

La sua pittura andava di pari passo con l’indole; misteriosa, sconvolgente, seducente, rivoluzionaria. Impose un nuovo linguaggio, realistico e teatrale insieme, reclutando i suoi modelli per strada, fissando ogni soggetto nell’istante più drammatico, più doloroso, più intenso; lavorando a una velocità assurda, direttamente sulla tela, la mente ispirata da quelle lanterne che posizionava in posti specifici dello studio, per far sì che le sue creature fossero illuminate solo in parte, a luce radente, affinché quei corpi uscissero improvvisamente dal buio della scena per imporre la loro umanità, sia fisica che emotiva. Caravaggio intuì, pretese di mostrare al mondo come il divino si rivelasse attraverso gli umili, come la passione fosse un canto nero, impietoso, come l’esistenza altro non sia che un intervallo dominato dal costante pensiero della morte.

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Amedeo Modigliani, il pittore che spogliava l’anima

Tutto ebbe inizio di profilo, quasi bastasse una metà per delineare un volto; poi i modelli ritratti iniziarono a mostrarsi all’osservatore e, fossero essi a mezzo busto o a figura intera, lo scopo era quello di trasmettere il potere che erano in grado di esercitare, il lusso che potevano sfoggiare, la bellezza che avevano ricevuto in dono; così come gli scenari retrostanti, a poco a poco avrebbero contribuito ad arricchire l’opera, fornendo spunti a volte allegorici, più di frequente contestualizzati. Se i simbolisti mai abusarono dei ritratti, quasi che il volto fosse un mezzo incapace di celare in sé metafore degne d’attenzione, agli inizi del ‘900 un uomo si immerse nel mondo interiore dei propri soggetti, attraversò confini sconosciuti, per lì inabissarsi con il suo stile febbrile, impetuoso, passionale. Sospesi in un’atmosfera misteriosa, circondati da ambientazioni prive di valore, i visi e i colli allungati, le labbra increspate, gli occhi vuoti, Amedeo Modigliani ha impresso sulle sue tele ciò che era posato, nascosto, al di là del ritratto, lasciando le figure terrene spogliate della propria anima.

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Le resurrezioni di Stanley Spencer

Cookham è un grazioso villaggio di circa 5000 anime adagiato nel lato nord orientale del Berkshire. Lambito dalle acque pacifiche del Tamigi, la splendida vista di cui si può godere da una collinetta che si staglia a est, mentre alle proprie spalle si estendono i boschi che conducono a Cliveden, trasmette la quiete, l’armonia, la pace riconducibili a quei luoghi silenziosi, eterei, quasi fossero sollevati da una qualsiasi forma di orrore. Non a caso Stanley Spencer vide il suo villaggio natale come un paradiso in cui tutto era investito di significato mistico e ispirandosi a quei luoghi adattò scene bibliche raffigurando i compaesani come personaggi del Vangelo. Ma se pochi anni dopo la guerra sfiorò appena il suo paese, la ferocia del conflitto non risparmiò l’artista che nel 1926 dipinse l’inquietante “The Resurrection Cookham” – opera monumentale di 2 metri e 743 cm x 5 metri e 486 cm – in cui gli abitanti di Cookham, compresi l’artista e i suoi familiari, escono dalle loro tombe e si spingono nelle strade, andando incontro a Dio, trasfigurando una speranza di risurrezione dei morti, in contrasto con gli inganni e le crudeltà a cui si è destinati assistere in vita.

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Gli strazianti abissi di Egon Schiele

La crisi delle certezze, il desiderio di stabilire la natura, i passaggi, i meccanismi che regolano i principi fondamentali dell’esistenza umana, di stracciare convenzioni, schemi sociali, ma ancor più mentali che partono da dentro, si potrebbe osare dire dall’anima. La fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 ha assunto la forma di un solco profondo, una spaccatura bramata con avidità, insinuatasi tra la realizzazione di un positivismo sfociato nella rivoluzione industriale, gli aliti decadenti, nostalgici, della Belle Époque e forme di avanguardia che ambivano a un categorico superamento della tradizione, delle istanze classiche. È tra le venature di questo clima, dove la sessualità, l’inconscio e il sogno, entrano prepotentemente in opere letterarie, in saggi e dipinti che Egon Schiele nasce il 12 giugno del 1890 in una stazione ferroviaria a Tulln, una cittadina nei pressi di Vienna dove il padre prestava servizio come capostazione. 

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Salvador Dalì, l’inventore dei sogni

Era inaccettabile il mondo per Salvador Dalì e la realtà lo oppresse, lo inorridì al punto da indurlo a cercare rifugio in una dimensione dove lo scorrere di un tempo inesistente, piegatosi alla memoria, poteva assumere la duplice valenza di liberazione e trappola inconscia, seppure capace di sfuggire ai perversi meccanismi della morte, esorcizzata tramite visioni oniriche a volte cupe, altre luminose, incessantemente contorte, inquietanti, eppure inclini a rendere legittima l’evenienza di una via di fuga. Corpi simili a marionette infestate dalle tarme e bisognosi di un appoggio, fiori in procinto di appassire, cibo destinato a degradarsi, uova elette a simbolo di universo intrauterino, orologi afflosciati, insetti, elefanti dalle zampe sottilissime, cavalli, felini, ma soprattuto, a invadere l’immaginario dell’artista fu Gala, la moglie onnipresente, adorata, invocata, santificata al punto da raffigurare la Madonna con il suo volto, di donare il lineamenti a Gesù.

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Vincent van Gogh, l’insostenibilità della vita

Paesaggi arcadici, idilliaci, rassicuranti, seppure spesso solo all’apparenza, perché quei campi, quelle vallate, sono a loro volta la sintesi di un’anima visionaria, accecata da un’angoscia inesprimibile a parole; una preghiera di pace che si innalza insieme a monumentali cipressi, un desiderio di bellezza eterna, di una speranza che fiorisce insieme a un ramo di mandorlo, perché sullo sfondo, laggiù dove l’immaginazione supera la vista sono pronte a insinuarsi le linee ondulate delle colline, il cielo attraversato da vortici, le stelle simili a sfere di fuoco. Girasoli mitizzati nelle fasi che accompagnano il bocciolo all’appassimento. Il ciclo eterno della vita e della morte. La sua camera, spartana, priva di ombre, le pareti e il pavimento inclinati, quasi fossero sul punto di crollare, la prospettiva volutamente sbagliata. Un campo  di grano sconquassato dal vento, schiacciato sotto il peso del cielo, color blu cobalto, offuscato dall’intenso colore nero delle nubi che, inesorabilmente, si calano ostili e minacciose insieme a uno stormo di corvi in un basso volo disordinato, quasi come se fossero avvoltoi su un cadavere. Autoritratti dove lui, Vincent Van Gogh, utilizza il pennello per scavare tra i meandri della propria identità, mettendone a fuoco gli impulsi più segreti e inaccettabili, esasperandone la crisi esistenziale; legando in modo indissolubile il tormento alle sue creazioni.

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Francisco Goya, il pittore che visse due volte

Un solco profondo sembra dividere la carriera e la vita di Francisco Goya. Un tempo giovane spensierato, focoso, amante del vino e delle belle donne, orgoglioso esponente dei lussi garantiti dall’operare alla corte di Spagna, creatore di un’arte pomposa, celebrativa e rassicurante, filtro di una nobiltà che dai suoi ritratti appare distesa, bonaria, in perfetta sintonia con i paesaggi brillanti di allegria grazie all’utilizzo di colori fluidi e decisi. Finché tutto cambia. Fama e agiatezza economica lo accompagnano attraverso quattro sovrani e due rivoluzioni, ma la malattia prima e l’aver assistito a crudeltà di ogni tipo poi, lo rendono un uomo diverso. Nemmeno la sordità che lo affligge è in grado di distaccarlo dalle visioni angoscianti che si insinuano nelle sue membra, anzi, quegli orrori gli si incastrano nella mente, tormentandolo, avvolgendolo in un abisso ovattato, denso di un’oscurità dove a emergere sono scenari ansiogeni, odori nauseanti, esseri deformi.

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