Salvador Dalì, l’inventore dei sogni

Era inaccettabile il mondo per Salvador Dalì e la realtà lo oppresse, lo inorridì al punto da indurlo a cercare rifugio in una dimensione dove lo scorrere di un tempo inesistente, piegatosi alla memoria, poteva assumere la duplice valenza di liberazione e trappola inconscia, seppure capace di sfuggire ai perversi meccanismi della morte, esorcizzata tramite visioni oniriche a volte cupe, altre luminose, incessantemente contorte, inquietanti, eppure inclini a rendere legittima l’evenienza di una via di fuga. Corpi simili a marionette infestate dalle tarme e bisognosi di un appoggio, fiori in procinto di appassire, cibo destinato a degradarsi, uova elette a simbolo di universo intrauterino, orologi afflosciati, insetti, elefanti dalle zampe sottilissime, cavalli, felini, ma soprattuto, a invadere l’immaginario dell’artista fu Gala, la moglie onnipresente, adorata, invocata, santificata al punto da raffigurare la Madonna con il suo volto, di donare il lineamenti a Gesù.

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Vincent van Gogh, l’insostenibilità della vita

Paesaggi arcadici, idilliaci, rassicuranti, seppure spesso solo all’apparenza, perché quei campi, quelle vallate, sono a loro volta la sintesi di un’anima visionaria, accecata da un’angoscia inesprimibile a parole; una preghiera di pace che si innalza insieme a monumentali cipressi, un desiderio di bellezza eterna, di una speranza che fiorisce insieme a un ramo di mandorlo, perché sullo sfondo, laggiù dove l’immaginazione supera la vista sono pronte a insinuarsi le linee ondulate delle colline, il cielo attraversato da vortici, le stelle simili a sfere di fuoco. Girasoli mitizzati nelle fasi che accompagnano il bocciolo all’appassimento. Il ciclo eterno della vita e della morte. La sua camera, spartana, priva di ombre, le pareti e il pavimento inclinati, quasi fossero sul punto di crollare, la prospettiva volutamente sbagliata. Un campo  di grano sconquassato dal vento, schiacciato sotto il peso del cielo, color blu cobalto, offuscato dall’intenso colore nero delle nubi che, inesorabilmente, si calano ostili e minacciose insieme a uno stormo di corvi in un basso volo disordinato, quasi come se fossero avvoltoi su un cadavere. Autoritratti dove lui, Vincent Van Gogh, utilizza il pennello per scavare tra i meandri della propria identità, mettendone a fuoco gli impulsi più segreti e inaccettabili, esasperandone la crisi esistenziale; legando in modo indissolubile il tormento alle sue creazioni.

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Francisco Goya, il pittore che visse due volte

Un solco profondo sembra dividere la carriera e la vita di Francisco Goya. Un tempo giovane spensierato, focoso, amante del vino e delle belle donne, orgoglioso esponente dei lussi garantiti dall’operare alla corte di Spagna, creatore di un’arte pomposa, celebrativa e rassicurante, filtro di una nobiltà che dai suoi ritratti appare distesa, bonaria, in perfetta sintonia con i paesaggi brillanti di allegria grazie all’utilizzo di colori fluidi e decisi. Finché tutto cambia. Fama e agiatezza economica lo accompagnano attraverso quattro sovrani e due rivoluzioni, ma la malattia prima e l’aver assistito a crudeltà di ogni tipo poi, lo rendono un uomo diverso. Nemmeno la sordità che lo affligge è in grado di distaccarlo dalle visioni angoscianti che si insinuano nelle sue membra, anzi, quegli orrori gli si incastrano nella mente, tormentandolo, avvolgendolo in un abisso ovattato, denso di un’oscurità dove a emergere sono scenari ansiogeni, odori nauseanti, esseri deformi.

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Guernica, la mistificazione della morte

La cronaca universalmente propinata descrive Guernica come una cittadina basca di 7.000 abitanti, bucolica e priva di interessi militari che, mentre la Spagna era lacerata della guerra civile, lunedì 26 aprile 1937, giorno di mercato, venne rasa al suolo dall’aviazione nazista provocando 1454 morti, e 889 feriti, per lo più vecchi, donne e bambini in quanto gli uomini erano tutti impegnati a combattere Francisco Franco. Quando fu diffusa la notizia Pablo Picasso era impegnato nella realizzazione di un’opera che rappresentasse la Spagna all’Esposizione Universale di Parigi, svoltasi dal 25 maggio al 25 novembre. Sconcertato dall’efferata strage, l’artista avrebbe così deciso di dipingere un quadro che denunciasse l’atrocità del bombardamento riversato su Guernica.

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Angelus dipinto dal pittore francese Millet

L’Angelus di Millet, tra fede e mistero

Nel suo più celebre dipinto “L’Angelus”, Jean-Francois Millet raffigura due contadini, un uomo e una donna di giovane età con il capo chino e le mani giunte al petto che, come suggerisce il richiamo della chiesa di Chailly-en-Bière visibile sullo sfondo, sono assorti nella recita del Angelus Domini, preghiera che ricorda il mistero dell’incarnazione e da recitarsi al rintocco delle campane alle sei del mattino, a mezzogiorno e alle sei di sera. L’immensa e desolata pianura che circonda la coppia accresce la posa monumentale dei soggetti, i cui visi sono lasciati in ombra mentre una luce soffusa sottolinea quanta devozione vi sia nel loro raccoglimento. Oltre alle due figure hanno una notevole valenza scenica un forcone piantato nel terreno, una carriola con dei sacchi, una cesta con delle patate, uno stormo di rondini appena accennato il quale, rafforzato dagli abiti dei due soggetti, suggerisce come l’ambientazione sia legata a un mese primaverile.

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Zdzisław Beksiński, l’uomo che vide l’inferno

Seduto su una sorta di pilastro si distingue una figura umana macilenta, ripiegata su sé stessa, il capo chinato, come ad impedire di distinguerne il volto. Ad avvolgerlo non è la nebbia, è un silenzio assordante, metafora del nulla che lo attende, o meglio lo ospita in un’eternità dove tutto è nostalgia, rimpianto, forse rimorso. L’impotenza dell’uomo al cospetto della morte, unica certezza che eppure conduce verso un luogo sconosciuto, dove il sole e la luna sono perennemente oscurati da una caligine appiccicosa. Zdzisław Beksiński attraversa questi non luoghi in modo ossessivo, tal volta proponendo un fantasma che si sorregge su un bastone per essere guidato da un lupo, altre volte ciò che resta di un uomo sovrastato da creature mostruose, potrebbero essere demoni, come semplici defunti, incastrate nella roccia. Scheletri che sembrano in procinto di lasciarsi cadere in un pozzo senza fine, cimiteri diroccati le cui lapidi sono cadute o prive di nomi, sostituiti da volti alieni, esseri dolenti che presentano vistose cicatrici laddove un tempo avrebbe dovuto esserci il cuore. È l’ansia dell’immobilità. È la paura di non sapere più chi siamo, da dove veniamo.

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L’arte degenerata dei sette vizi capitali tedeschi

Seppure il concetto di degenerazione dell’arte non sia una prerogativa del regime nazista – in quanto già agli albori del 1800 Friedrich Schlegel lo aveva utilizzato per etichettare l’involuzione poetica che a suo modo di vedere avvenne nella tarda antichità – l’esplicita intenzione di associare una presunta degenerazione a caratteristiche intrinseche delle razze umane meno sviluppate fa sì che il termine «arte degenerata» trovasse il suo habitat naturale principalmente nella Germania guidata da Adolf Hitler. Una spinta che, ironia della sorte, ebbe il proprio trampolino di lancio tramite l’opera di un critico ebreo, Max Nordau, il Entertung ossia degenerazione, il cui intento risiedeva nel ricondurre la degenerazione dell’arte alla degenerazione dell’artista partendo dagli studi di Cesare Lombroso – il quale sosteneva come i criminali presentassero dei tratti somatici peculiari classici di gruppi umani che avevano subito un processo involutivo – per quindi isolare una serie di poeti, pittori e letterati dei suoi tempi, per lo più appartenenti ai movimenti del simbolismo e dell’impressionismo, a suo dire predisposti a riversare sulle masse arte degenerata.

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L’isola dei morti e il viaggio verso l’ignoto

Un isolotto roccioso, simile a un imponente megalite, che racchiude una cupa macchia di cipressi. Un piccolo porticciolo si affaccia sulla piatta distesa di acqua solcata da una piccola barca a remi. Essa è condotta da un personaggio a poppa, mentre a prua vi è una figura eterea, visita interamente di bianco e una bara, anch’essa bianca, ornata di festoni. L’opera del pittore svizzero Arnold Böcklin, L’isola dei morti, suggerisce un’atmosfera grandiosa, definitiva: l’assenza del sole fa sì che al di là delle nuvole possa filtrare una luce tesa ad uniformare l’intero scenario e, tanto la presenza di portali sepolcrali nelle rocce quanto l’oscurità imposta dai cipressi, anticipano l’eterno silenzio che pare attendere le figure umane sulla barchetta. Nel dipinto di Böcklin non traspare paura, bensì un senso di rassegnazione e immobilità, come se la realtà fosse ormai pronta a cedere il passo a un mondo onirico al servizio di ciò che potrebbe essere semplicemente definito l’ultimo viaggio dell’anima. Continue reading “L’isola dei morti e il viaggio verso l’ignoto”