Angelus dipinto dal pittore francese Millet

L’Angelus di Millet, tra fede e mistero

Nel suo più celebre dipinto “L’Angelus”, Jean-Francois Millet raffigura due contadini, un uomo e una donna di giovane età con il capo chino e le mani giunte al petto che, come suggerisce il richiamo della chiesa di Chailly-en-Bière visibile sullo sfondo, sono assorti nella recita del Angelus Domini, preghiera che ricorda il mistero dell’incarnazione e da recitarsi al rintocco delle campane alle sei del mattino, a mezzogiorno e alle sei di sera. L’immensa e desolata pianura che circonda la coppia accresce la posa monumentale dei soggetti, i cui visi sono lasciati in ombra mentre una luce soffusa sottolinea quanta devozione vi sia nel loro raccoglimento. Oltre alle due figure hanno una notevole valenza scenica un forcone piantato nel terreno, una carriola con dei sacchi, una cesta con delle patate, uno stormo di rondini appena accennato il quale, rafforzato dagli abiti dei due soggetti, suggerisce come l’ambientazione sia legata a un mese primaverile.

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Zdzisław Beksiński, l’uomo che vide l’inferno

Seduto su una sorta di pilastro si distingue una figura umana macilenta, ripiegata su sé stessa, il capo chinato, come ad impedire di distinguerne il volto. Ad avvolgerlo non è la nebbia, è un silenzio assordante, metafora del nulla che lo attende, o meglio lo ospita in un’eternità dove tutto è nostalgia, rimpianto, forse rimorso. L’impotenza dell’uomo al cospetto della morte, unica certezza che eppure conduce verso un luogo sconosciuto, dove il sole e la luna sono perennemente oscurati da una caligine appiccicosa. Zdzisław Beksiński attraversa questi non luoghi in modo ossessivo, tal volta proponendo un fantasma che si sorregge su un bastone per essere guidato da un lupo, altre volte ciò che resta di un uomo sovrastato da creature mostruose, potrebbero essere demoni, come semplici defunti, incastrate nella roccia. Scheletri che sembrano in procinto di lasciarsi cadere in un pozzo senza fine, cimiteri diroccati le cui lapidi sono cadute o prive di nomi, sostituiti da volti alieni, esseri dolenti che presentano vistose cicatrici laddove un tempo avrebbe dovuto esserci il cuore. È l’ansia dell’immobilità. È la paura di non sapere più chi siamo, da dove veniamo.

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L’arte degenerata dei sette vizi capitali tedeschi

Seppure il concetto di degenerazione dell’arte non sia una prerogativa del regime nazista – in quanto già agli albori del 1800 Friedrich Schlegel lo aveva utilizzato per etichettare l’involuzione poetica che a suo modo di vedere avvenne nella tarda antichità – l’esplicita intenzione di associare una presunta degenerazione a caratteristiche intrinseche delle razze umane meno sviluppate fa sì che il termine «arte degenerata» trovasse il suo habitat naturale principalmente nella Germania guidata da Adolf Hitler. Una spinta che, ironia della sorte, ebbe il proprio trampolino di lancio tramite l’opera di un critico ebreo, Max Nordau, il Entertung ossia degenerazione, il cui intento risiedeva nel ricondurre la degenerazione dell’arte alla degenerazione dell’artista partendo dagli studi di Cesare Lombroso – il quale sosteneva come i criminali presentassero dei tratti somatici peculiari classici di gruppi umani che avevano subito un processo involutivo – per quindi isolare una serie di poeti, pittori e letterati dei suoi tempi, per lo più appartenenti ai movimenti del simbolismo e dell’impressionismo, a suo dire predisposti a riversare sulle masse arte degenerata.

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L’isola dei morti e il viaggio verso l’ignoto

Un isolotto roccioso, simile a un imponente megalite, che racchiude una cupa macchia di cipressi. Un piccolo porticciolo si affaccia sulla piatta distesa di acqua solcata da una piccola barca a remi. Essa è condotta da un personaggio a poppa, mentre a prua vi è una figura eterea, visita interamente di bianco e una bara, anch’essa bianca, ornata di festoni. L’opera del pittore svizzero Arnold Böcklin, L’isola dei morti, suggerisce un’atmosfera grandiosa, definitiva: l’assenza del sole fa sì che al di là delle nuvole possa filtrare una luce tesa ad uniformare l’intero scenario e, tanto la presenza di portali sepolcrali nelle rocce quanto l’oscurità imposta dai cipressi, anticipano l’eterno silenzio che pare attendere le figure umane sulla barchetta. Nel dipinto di Böcklin non traspare paura, bensì un senso di rassegnazione e immobilità, come se la realtà fosse ormai pronta a cedere il passo a un mondo onirico al servizio di ciò che potrebbe essere semplicemente definito l’ultimo viaggio dell’anima. Continue reading “L’isola dei morti e il viaggio verso l’ignoto”