Kristen Stewart, la fragilità dei contrasti

«Se fossi un animale vorrei essere un gatto. Si sa come funziona con i gatti, li chiami e loro restano lì a guardarti come se ti stessero dicendo: e tu chi sei? Che vuoi da me? F*** you!».  C’è qualcosa di poeticamente selvaggio in Kristen Stewart. C’è qualcosa che sfugge, che si sradica dall’effimera logica Hollywoodiana, dalle sue ridicole e ancor più paradossali imposizioni, dalla baraccopoli di luoghi comuni, dal teatrino mediatico, dal paesaggio che compone il dipinto di una ragazza alla soglia dei trent’anni ancora incastrata tra le pagine di un copione dozzinale, una saga di vampiri mescolati a lupi, alla quale, ai fini pratici, piaccia oppure no, deve dimostrarsi riconoscente; perché quel Twilight le ha offerto uno status di popolarità planetaria. Eppure al tempo stesso quel successo stratosferico altro non ha fatto che ribadire la mostruosità dell’idolatria fine a sé stessa, innescando una sorta di odio all’incontrario, perché quelle dilatazioni anestetiche degli eventi, quella chiusa prevedibile come una via crucis, quei primi piani registicamente inespressivi; tutto ciò è degenerato al punto da mettere in discussione l’attrice che ha interpretato l’unico personaggio che avesse un senso in quel non senso globale.

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Laura Antonelli, la bellezza perduta

Non fu un periodo semplice, gli anni ’70. Furono anni di lotte politiche, di tensioni generazionali, di trasgressione, di grandi aspettative. Furono gli anni delle stragi, dell’omicidio di Aldo Moro. Furono gli ”anni di piombo”, in cui comparve per la prima volta in un volantino il simbolo delle Brigate Rosse. Nell’arco del decennio morirono due papi: Paolo VI dopo quindici anni di pontificato e Giovanni Paolo I dopo appena 33 giorni. Sono gli anni del Piper e della “sua ragazza”, degli ultimi play boy, di Mina, di Battisti e De Andrè. Gli anni in cui vennero approvate le leggi sul divorzio e sull’aborto, in cui il Cagliari di Gigi Riva vinse lo scudetto, in cui la Ferrari portò in trionfo Niki Lauda, in cui a Monza volarono via Rindt e Peterson. In Italia giunsero gli echi del Vietnam, del colpo di stato in Cile, dei “desaparecidos”, del massacro alle Olimpiadi di Monaco, dello scandalo Watergate, della morte di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison ed Elvis Presley. Eppure si continuò a ballare con gli Abba e i Bee Gees, mentre i Pink Floyd, i Queen e David Bowie scrivevano una nuova storia. Nemmeno il cinema rimase a guardare: mentre oltreoceano furono consacrati Coppola e Scorsese, sua maestà Ingmar diresse l’ultima Sinfonia d’autunno di Ingrid Bergman e una mattina di primavera si spense Luchino Visconti. Ne successero di cose nel mondo della celluloide, anche in Italia, e tra le tante venne eletta icona sexy del cinema italiano Laura Antonelli.

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Vivien Leigh, sospesa tra gloria e follia

Dotata di una bellezza prodigiosa, il sogno della diciottenne Gertrude Robinson Yackje era quanto mai comune a quello di tante sue coetanee: diventare un’attrice. L’interessamento di un impresario teatrale londinese però, non persuase i genitori, ferventi cattolici irlandesi, ad assecondare quella passione che avrebbe potuto ostacolare il matrimonio, ormai prossimo, con tale Ernest Hartley, un ex ufficiale della cavalleria britannica divenuto agente di borsa che da lì a un annetto sarebbe stato trasferito a  Darjeeling, in India. Sarà proprio lì, sulle alture dei monti Shivalik, le prime pendici dell’Himalaya, che il 5 novembre del 1913 nascerà Vivian Mary Hartley. Una piccola pezza, Gertrude riuscì a metterla quando il marito venne trasferito a Bangalore, mentre lei rimase a Ootacamund con la figlia e, iscrittasi a un corso amatoriale di teatro, poté finalmente salire su un palco per recitare in una manciata di commedie. Ad una di esse prese parte anche Vivian che, a quattro anni non ancora compiuti, veniva accompagnata nel mondo dei sogni dalla madre non attraverso la lettura di favole, ma con episodi tratti dalla mitologia greca o brani di Lewis Carroll o Rudyard Kipling. Fu così che l’immaginazione di Vivian iniziò a elaborare storie fantastiche, personaggi epici, sentimenti amplificati, in cui gioia, dolore, spensieratezza e afflizioni, si mescolarono tra loro prendendo, tutti insieme dimora nel cuore di quella bambina che, è bello pensare, proprio in una notte indiana si vide donna, pronta a riscattare i rimpianti materni, con un nome nuovo, ammaliante, destinato all’immortalità: Vivien Leigh.

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Roman Polanski, l’uomo braccato dalla morte

«La morte raggiunge anche l’uomo che fugge»; scrisse Orazio. Eppure, la fuga, sia essa per scelta o imposizione, è uno tra gli espedienti narrativi più inflazionati, più abusati; e questo perché è essa stessa metafora; in quanto una fuga chiude un ciclo, prefigura nuovi orizzonti, delinea un punto interrogativo, spesso destinato a rimanere irrisolto. Ryszard Liebling, scultore e pittore polacco di origine ebraica, e la moglie Bula Katz-Przedborska, una casalinga russa anch’ella di famiglia ebraica seppur convertitasi al cristianesimo quando aveva dieci anni; fuggirono dalla Polonia all’alba degli anni ’30 per cercare fortuna in Francia. Si lasciarono la miseria alle spalle e il 18 agosto del 1933 Bula diede alla luce Rajmund Roman Liebling. Non fecero in tempo a farsi accettare in una Parigi tutto sommato ostile che, tempo tre anni, il crescente antisemitismo diffusosi, persuase i coniugi a fare ritorno a Cracovia. Non bastò. L’invasione nazista determinò l’internamento della famiglia Liebling nel ghetto della città a cui seguì la deportazione di Bula nel campo di sterminio di Auschwitz e quella di Ryszard a Mauthausen; seppure non prima di organizzare il salvataggio del figlio versando una consistente somma di denaro a una famiglia cattolica che avrebbe dovuto dargli rifugio. Quel bambino, presentato come Roman Polanski, venne poi ceduto a dei contadini cattolici presso i quali rimase fino alla liberazione della Polonia. Era il 1 agosto del 1944. Sua madre non c’era più, mentre suo padre sarebbe tornato, seppur irrimediabilmente cambiato, come d’altronde, cambiato lo era Roman, non più bambino da tempo, eppure non ancora uomo, bensì un’ombra braccata dalla morte.

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Katharine Hepburn, una fuga verso la leggenda

Recatosi a New York alla ricerca di qualche talento da soffiare a Broadway per conto della RKO Pictures, il rampante agente Hollywoodiano Leland Hayward avrebbe raccontato di essersi imbattuto «nel nulla» finché, con già un piede sul volo di ritorno, venne convinto da uno strillone di strada a concedere una possibilità a “The Warrior’s Husband”; una rivisitazione della “Lisistrata” di Aristofane. Bastarono due ore di spettacolo per rimettere quel viaggio in discussione e pretendere minuziose informazioni sull’algida bellezza che interpretava Antiope. Quel che gli raccontarono non lo rincuorò troppo: era una venticinquenne dal carattere piuttosto difficile che, dopo anni di apprendistato nei teatri di Baltimora, si era presentata nella Grande Mela offrendo una performance tutt’altro che convincete nel dramma “The Big Pound” ed essere prima licenziata e poi riassunta nella commedia “Art and Mrs. Bottle”. Consapevole del proprio fiuto, Hayward si mise comunque in contatto con la donna e le propose di sostenere un provino per il ruolo di Sydney Fairfield in “Febbre di vivere”; sesto film dell’enfant prodige George Cukor. Lei acconsentì, senza scomporsi. Chi rimase senza fiato fu il regista; il quale la descrisse come «una strana creatura, diversa da qualsiasi cosa avessi mai visto». Incantato dalla classe con cui lei posò un bicchiere durante il provino, a sconvolgere la casa di produzione fu la richiesta inerente al compenso di quell’attrice sconosciuta: 1.500 $ a settimana. Eppure George Cukor si impuntò, fu irremovibile. E fu così che creò Katharine Hepburn.

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Rodolfo Valentino, un sogno ad occhi aperti

Alla fine del 1800 Castellaneta era un semplice paese in provincia di Taranto arroccato su una gravina vertiginosa da una parte e scivolante verso la piana e il mare dall’altra. Nel tempo sarebbe divenuta la città del mito e questo perché il 6 maggio del 1895 vi nacque Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi, alias Rodolfo Valentino, l’uomo che in una Hollywood dove il cinema era ancora una questione di volti e movenze avvolte nel silenzio stravolse i canoni della bellezza classicamente intesa, con il suo fascino esotico, travolgente, lo sguardo intenso, magnetico, tenebroso.

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Audrey Hepburn, classe senza tempo

Aristocratica, elegante, raffinata, affascinante, ma allo stesso tempo, semplice, spontanea, candida al punto da apparire eterea, trasparente. In lei non vi era nulla di forzato, di costruito, di artefatto. Non si è mai omologata, non ha mai considerato l’ipotesi di esibirsi, non ha mai tentato di imporsi con invadenza. Era sufficiente la sua figura sottile, il candore della pelle, quegli occhi profondi, da cucciolo ferito, perché in sua presenza l’atmosfera cambiasse, perché il mondo la fissasse. Audrey Hepburn divenne la musa di Givenchy, rese famosa la Vespa in tutto il mondo, si librò dal teatro al cinema, dalla commedia al dramma, con disinvoltura, con classe, senza mai calcare la mano, vincendo premi di ogni tipo, senza mai essere rapita dal proprio carisma; amando, soffrendo, senza invecchiare, perché le icone non tramontano mai.

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Jayne Mansfield, the one and only

«The one and only», furono le sue ultime parole. All’uscita di in un ristorante lungo la strada che da Biloxi porta a New Orleans, una donna le chiese se fosse proprio lei, la famosa attrice. Rispose di riflesso, senza esitare; per poi avviarsi verso l’auto che l’attendeva, al di là della porta a vetri del ristorante. Al volante della Buick Electra c’era una Ronnie Harrison, non ancora ventenne, fresco di patente, probabilmente stanco, di certo emozionato. Sul sedile posteriore si accomodarono i tre figli dell’unica e sola: Miklos, Zoltan e Mariska, rispettivamente di otto, sette e quattro anni; su quello anteriore, al centro, sedette Sam Brody, un avvocato divorzista, mentre sulla destra, prese posto lei, Jayne Mansfield, «The one and only», con i braccio i due adorati cagnolini chihuahua, Popeicle e Monaicle. Le lancette degli orologi della Luisiana avevano da poco svalicato la mezzanotte. Era il 29 giungo del 1967; e Jayne Mansfield non ne vide mai l’alba.

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Marlon Brando, un tram che si chiama immortalità

Infranse l’oscurità della quinta di un teatro con la sua bellezza atipica, lo sguardo profondo, le labbra carnose, con indosso una t-shirt sgualcita e un paio di jeans, mentre nel cuore pulsava una rabbia impossibile da domare, un terrore del rifiuto pari solo ai suoi modi ostentati, persino un po’ rozzi, sospinto da una disperata voglia di stupire, di differenziarsi, di sfondare. Marlon Brando è stato considerato il miglior attore di Hollywood, il più sopravvalutato, il più pagato, il più ingestibile sul set, il più propenso a ridurre kolossal in flop, il più incline a sprigionare quella scintilla capace di valorizzare i suoi personaggi rendendoli indimenticabili, l’unico ad aver respinto un oblio che pareva in procinto di divorarlo, il solo capace di imporsi come icona, dentro alla propria stessa icona.

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La principessa Rooney Mara

Raffinata, elegante, riservata, umilissima, dotata di un’intelligenza acuta, di una sensibilità talmente apolitica e avulsa da qualsiasi diktat da renderla un personaggio, seppure lei reclamerebbe il diritto di essere associata al termine persona, spiazzante, impossibile da catalogare, quasi scomoda, per lo scaltrissimo pianeta hollywoodiano. Nonostante le due nomination agli Oscar, un premio vinto a Cannes e un ventaglio di ruoli che la presenta come un’attrice non solo versatile, ma pure richiesta da diversi maestri della regia nonché una vera e propria garanzia al box office; lei non è indietreggiata di un passo, ha continuato a credere in progetti low cost, ha evitato di sposare cause che non partissero dalla sua Fondazione no profit e, sopratutto, non si è lasciata ingabbiare in quello star system che invano l’ha corteggiata ma che, vistosi rifiutato, non ha comunque trovato appigli validi per sminuirla e questo perché basta guardarla, Rooney Mara è cinema.

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