Antebellum, il passato che non muore

«Il passato non muore mai. Non è neanche passato». La citazione di William Faulkner che apre il sipario di “Antebellum” conduce lo spettatore all’interno di una porzione di quell’America nera, crudele, folle e irrisolta che aleggia in ogni suo romanzo. Quell’America è trapiantata anche in “Antebellum”. Una piantagione di cotone confiscata dall’esercito confederato. Schiavi di colore maltrattati, marchiati, se ritenuto necessario uccisi. Una bellissima donna, Eden, che oltre a lavorare nei campi è domestica e concubina del capo di quel luogo di dolore. Tutto suggerisce un’epoca storica che non è. Perché Eden è Veronica Henley, moglie e madre realizzata, oltre che attivista che si batte contro il razzismo e i diritti delle donne. 

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La doppia vita di Veronica, la tragedia nel destino

Sensazioni che si ripetono, quasi fossero dei moniti a cui è impossibile sfuggire. Presentimenti che si allacciano all’anima, stritolandola. Sentimenti impossibili da definire, irrazionali, privi di sostanza eppure densi di spessore. “La doppia vita di Veronica” parla attraverso l’inconscio / subconscio di Krzysztof Kieślowski, il quale dà vita a una pellicola criptica, onirica,   surreale, metaforica. Legato al “impero del caso e delle coincidenze”, ma allo stesso tempo ossessionato dal destino; il regista polacco delinea due persone che convergono in una sola: Weronika a Lodz e Véronique a Clermont-Ferrand vivono entrambe la stessa vita, nella stessa sembianza.

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The Tree Of Life: la via della resurrezione

«Sono stati loro a condurmi alla tua porta».

«Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della Natura e la via della Grazia. Tu devi scegliere quali delle due seguire. La Grazia non mira a compiacere se stessa. Accetta di essere disprezzata, dimenticata, sgradita. Accetta insulti e oltraggi. La Natura vuole solo compiacere se stessa e spinge gli altri a compiacerla. Le piace dominare, le piace fare a modo suo. Trova ragioni di infelicità quando tutto il mondo risplende intorno a lei e l’amore sorride in ogni cosa. Ci hanno insegnato che chi ama la via della Grazia non ha ragione di temere. Io ti sarò fedele, qualsiasi cosa accada». Il sipario di The Tree of Life si apre con questo concetto universale, destinato a diventare anche scheletro, cuore, anima di una storia che abbraccia la vita nella sua interezza, verrebbe da dire “nei secoli dei secoli”, intrecciandosi con la vicenda familiare di una famiglia texana di ceto medio, devotamente cristiana degli anni ’50. 

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Nicole Kidman, semplicemente la migliore

«Non avevamo bisogno di parole, avevamo dei volti!»; basta una frase per riassumere come il cinema, con i suoi inevitabili cambiamenti dall’avvento dell’audio ai modelli di bellezza, abbia creato dive stellari, vere e proprie leggende ad uso e consumo dell’idolatria più sfrenata, a volte sacrificandole sull’altare del mito, altre volte rendendole icone immortali. Da Gloria Swanson a Marlene Dietrich, da Bette Davis a Joan Crawford, da Vivien Leigh a Katherine Hepburn, fino ad arrivare a Ingrid Bergman, Audrey Hepburn, Marilyn Monroe ed Elizabeth Taylor; nomi che risiedono di diritto nell’Olimpo eppure perennemente in corsa l’una contro l’altra, per stabilire chi fosse la più bella, la più brava, la più tutto. Il bisogno di classificare  ciò che è fuori dall’ordinario si è mantenuto anche nel presente: Glenn Close? Jessica Lange? Meryl Streep? Jodie Foster? Chi la migliore tra le attrici viventi? Se pure in molti pronuncerebbero il nome della Streep senza esitazione – che premi a parte, non è forse la migliore nemmeno della sua generazione – a mio parere l’attricenumero uno”, la più completa e versatile è Nicole Kidman. Cresciuta a braccetto con Julia Roberts, sbocciata molto prima di Cate Blanchett, più raffinata di Charlize Theron, più multiforme di Julianne Moore, più prolifera di Kate Winslet più continua delle giovanissime Jennifer Lawrence, Michelle Williams, Emma Stone e Scarlett Johansson; la divina Nicole Kidman è forse la sola diva capace di specchiarsi in quel passato in cui «Non si lasciano le grandi stelle! È per questo che sono stelle. Le stelle non hanno età…»; parola di Norma Desmond nel nome di un “Viale del tramonto” che non potrà mai assorbirla.

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Andrej Tarkovskij, tra sogno e preghiera

«Sono persuaso che nulla di serio possa nascere senza fondarsi sulla tradizione. Non posso uscire dalla mia pelle di russo, dai legami con il mio paese, da quello che è stato fatto nel passato all’interno della mia terra. Sono affascinato dal processo di crescita di quanto viene dalla terra, di ciò che spunta dalla profondità, gli alberi, l’erba… Trovo meraviglioso, quasi commuovente, come tutto tenda verso il cielo che per me non ha alcun valore simbolico. Considero il cielo vuoto e la sua sola valenza è quello di specchiarsi nella terra tramite l’acqua. Per questo non vedo il fango, vedo la terra mescolata all’acqua, il limo da cui nascono le cose. Credo nella purezza della natura, nella sua bellezza, nella sua cattiveria. Allo stesso tempo, tutto mi porta a pensare che stiamo creando una civiltà che minaccia di distruggere l’umanità. Ci rifiutiamo di ammettere che stiamo diventando imperdonabilmente, colpevolmente ed irrimediabilmente materialisti. Per questo motivo nelle mie opere mi aggrappo alla preghiera, alla spiritualità, alla fede» Andrej Tarkovskij.

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L’anima spietata di Krzysztof Kieslowski

«Mia madre fu una delle ragioni per cui decisi di diventare un regista. Dopo aver sostenuto per la seconda volta l’esame di ammissione per la Scuola di Cinema di Lòdz, tornai a Varsavia e mi accordai con mia madre di incontrarla vicino alla scala mobile di Piazza Castello. Pioveva a dirotto e lei mi aspettava in piedi, tutta bagnata. Era dispiaciuta che non fossi riuscito ad entrare in quella scuola per la seconda volta. “Guarda, forse non ci sei proprio tagliato”, mi disse. Non so se stesse piangendo o se fosse la pioggia ma ero affranto che si sentisse tanto triste. Fu allora che decisi che l’anno dopo sarei entrato in quella scuola e che sarei diventato un regista. Semplicemente perché mia madre era così terribilmente triste». Parte da questo episodio di vita la carriera di regista di Krzysztof Kieslowski nel cui cinema le emozioni sfociano, spesso dirompenti, ambigue, sottili e, proprio per questo, laceranti, mentre il suo sguardo si mantiene rigido, impietoso, anche e soprattutto quando i suoi personaggi si ritrovano al cospetto di quel bivio che li induce a dover compiere una scelta che influenzerà irrimediabilmente la loro vita. 

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A Hidden Life, il sacrificio del giusto




«È meglio subirla un’ingiustizia che compierla» potrebbe essere l’epigrafe che riassume la vita di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco di fede cattolica, la cui pace, resa ancora più alta e profonda al tempo stesso dalla moglie Fani, dalle tre figliolette, dalla lettura di testi sacri e dal rassicurante borgo di Sankt Radegund, un Eden immerso nell’assoluto emotivo che è un tutt’uno con le montagne dell’Alta Austria, viene sgretolata nel momento in cui il nazismo prende piede. “A Hidden Life”, è la storia di un uomo che Terrence Malick trasforma in eroe-martire – proclamato beato nel 2007 sotto il pontificato di Benedetto XVI – un uomo giusto, irremovibile, incorruttibile, portatore di un senso di una giustizia universale che antepone persino alla propria vita.

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Kristen Stewart, il dono della diversità

Kristen. Che nome fuori dal tempo. Così denso, corposo, eppure al tempo stesso sottile, delicato, che scivola via senza però mai andarsene fino in fondo. Se poi a Kristen, si aggiunge Stewart, lo senti una volta e non lo dimentichi più. Sembra fatto apposta per restare anche se non vorrebbe, simbolo e concetto dell’ancestrale contrasto che si porta dentro. Non a caso, Kristen significa “consacrata”, un termine solenne, che presuppone una benedizione, un’investitura inviolabile. Nomen Omen, perché stando ai latini il nome è un presagio, in esso vi è indicato il destino. 

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Banshee, il peso dell’identità

Dopo aver scontato quindici anni di prigione a causa di un tentativo di rapina finito male, un uomo ritorna in libertà con la ferma intenzione di ritrovare la sua ex fidanzata e complice, Ana. Braccato dagli uomini di Mr. Rabbit, il boss ucraino a cui aveva cercato di rubare dei diamanti; grazie all’aiuto di Job, un amico hacker, il protagonista localizza Ana e si dirige a Banshee, una cittadina della Pennsylvania. Qui, scopre che Ana ha cambiato identità: ora tutti la conoscono come Carrie Hopewell, si è sposata con il procuratore distrettuale ed ha due figli. Ritrovatosi casualmente in uno scontro a fuoco tra il nuovo sceriffo appena arrivato in paese, Lucas Hood, e alcuni criminali del posto, i quali finiscono tutti uccisi, decide di rubare l’identità dello sceriffo e rimanere a Banshee; un paese soggiogato da un potente uomo d’affari e criminale, Kai Proctor.

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The Irishman, il testamento di Martin Scorsese

Un uomo qualunque, ma non troppo. Un uomo privo di ambizioni, almeno apparentemente. Un uomo che seppur restando nell’ombra è molto di più che un testimone in un particolare periodo storico degli Stati Uniti; quello in cui la mafia muoveva i fili nemmeno troppo sotterranei di una nazione e spesso li tagliava, quando fallì l’invasione alla Baia dei Porci, in cui venne assassinato il presidente John Kennedy prima ed il fratello Robert poi, laddove fu progettata la sparizione del principale sindacalista a stelle e strisce Jimmy Hoffa. Quell’uomo, Frank Sheeran, è l’irlandese, l’indecifrabile protagonista di “The Irishman”, forse la pellicola più grandiosa, più amara, più dolorosa di Martin Scorsese.

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