Jayne Mansfield, the one and only

«The one and only», furono le sue ultime parole. All’uscita di in un ristorante lungo la strada che da Biloxi porta a New Orleans, una donna le chiese se fosse proprio lei, la famosa attrice. Rispose di riflesso, senza esitare; per poi avviarsi verso l’auto che l’attendeva, al di là della porta a vetri del ristorante. Al volante della Buick Electra c’era una Ronnie Harrison, non ancora ventenne, fresco di patente, probabilmente stanco, di certo emozionato. Sul sedile posteriore si accomodarono i tre figli dell’unica e sola: Miklos, Zoltan e Mariska, rispettivamente di otto, sette e quattro anni; su quello anteriore, al centro, sedette Sam Brody, un avvocato divorzista, mentre sulla destra, prese posto lei, Jayne Mansfield, «The one and only», con i braccio i due adorati cagnolini chihuahua, Popeicle e Monaicle. Le lancette degli orologi della Luisiana avevano da poco svalicato la mezzanotte. Era il 29 giungo del 1967; e Jayne Mansfield non ne vide mai l’alba.

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Marlon Brando, un tram che si chiama immortalità

Infranse l’oscurità della quinta di un teatro con la sua bellezza atipica, lo sguardo profondo, le labbra carnose, con indosso una t-shirt sgualcita e un paio di jeans, mentre nel cuore pulsava una rabbia impossibile da domare, un terrore del rifiuto pari solo ai suoi modi ostentati, persino un po’ rozzi, sospinto da una disperata voglia di stupire, di differenziarsi, di sfondare. Marlon Brando è stato considerato il miglior attore di Hollywood, il più sopravvalutato, il più pagato, il più ingestibile sul set, il più propenso a ridurre kolossal in flop, il più incline a sprigionare quella scintilla capace di valorizzare i suoi personaggi rendendoli indimenticabili, l’unico ad aver respinto un oblio che pareva in procinto di divorarlo, il solo capace di imporsi come icona, dentro alla propria stessa icona.

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La principessa Rooney Mara

Raffinata, elegante, riservata, umilissima, dotata di un’intelligenza acuta, di una sensibilità talmente apolitica e avulsa da qualsiasi diktat da renderla un personaggio, seppure lei reclamerebbe il diritto di essere associata al termine persona, spiazzante, impossibile da catalogare, quasi scomoda, per lo scaltrissimo pianeta hollywoodiano. Nonostante le due nomination agli Oscar, un premio vinto a Cannes e un ventaglio di ruoli che la presenta come un’attrice non solo versatile, ma pure richiesta da diversi maestri della regia nonché una vera e propria garanzia al box office; lei non è indietreggiata di un passo, ha continuato a credere in progetti low cost, ha evitato di sposare cause che non partissero dalla sua Fondazione no profit e, sopratutto, non si è lasciata ingabbiare in quello star system che invano l’ha corteggiata ma che, vistosi rifiutato, non ha comunque trovato appigli validi per sminuirla e questo perché basta guardarla, Rooney Mara è cinema.

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Elizabeth Taylor, la dea che scese sulla terra

«Tutto ciò che senti, che provi, è provvisorio. A restare è ciò che hai fatto. Solo ciò che hai fatto dimostra ciò che sei». Nel tentativo di spiegare come l’irraggiungibile quanto estemporanea Angela Vickers, da Elizabeth Taylor interpretata in “Un posto al sole”, non fosse una semplice chimera destinata a sconvolgere le certezze del personaggio maschile fino al crollo rovinoso dell’integrità e della vita, ma una metafora rapportabile alla vita stessa, un turbine perenne di contraddizioni, dove passioni, ambizioni, desideri e debolezze sono destinati ad attorcigliarsi fino a un epilogo che altro non è che la conseguenza di una catena di azioni; affiora l’essenza di Liz Taylor, sulla cui provvisorietà ha costruito una carriera e l’esistenza stessa: da bambina prodigio a stella lucente, ultimo baluardo di quello star system destinato a sgretolarsi, a cambiare senza però riuscire a fare a meno del suo ricordo, eternamente sedotto dal suo fascino, ammaliato dal suo magnetismo, confuso dall’innata capacità di spaziare dalla commedia al dramma, dall’inesauribile tonalità di sentimenti, di condizioni che riusciva a dar vita; dall’essere ingenua, viziata, raffinata, alienata, dissoluta, circuita, austera, disillusa; lasciando sempre una traccia profonda, inconfondibile, indimenticabile.

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James Dean, un viaggio senza ritorno

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima in quelli di James Dean vi si leggeva la morte. Basta nominarlo, James Dean, e ci si figura il suo volto appena accennato a tre quarti, gli occhi socchiusi, la sigaretta in bocca, l’espressione indefinibile, forse leggermente corrucciata, ma potrebbe essere anche incuriosita, oppure chissà, forse semplicemente si tratta di una posa impostata, mentre il vero sé stesso è lì, impaziente, eppure in attesa di un qualcuno o un qualcosa che non arriverà mai.

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Marlene Dietrich, l’angelo nero

Marlene Dietrich. La cantante dalla voce seducente. L’attrice dotata di una fisicità conturbante, la cui presenza scenica era ingigantita dall’incomparabile magnetismo che emanava, dal fascino ambiguo che bucava lo schermo. La femme fatale dalla patina androgina. La diva che riuscì a mettere il mondo ai suoi piedi creando un’icona densa di quelle contraddizioni che fecero di lei quello che era, o forse che tutti vollero che fosse; perché dietro al talento c’era una dedizione al limite del disumano, perché la sua immagine era sorretta da una ricerca meticolosa, perché dietro alla donna si celava un enigma irrisolvibile.

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Lo spietato mondo di Dogville

Se l’obiettivo originale di Dogma 95 era quello di purificare il cinema dalla cancrena degli effetti speciali, dagli investimenti miliardari e dalla spettacolarizzazione tesa ad americanizzare qualsiasi prodotto, partendo da linee base piuttosto precise – fondate su un decalogo redatto dagli ideatori del progetto Thomas Vitenberg e Lars Von Trier – come il divieto di usare luci artificiali, scenografie, colonne sonore e tracce che non appartenessero a musica diegetica, nonché di rifiutare un qualsiasi espediente di ripresa al di fuori della telecamera a mano; ebbene, a otto anni di distanza dalla nascita del Manifesto, correva quindi l’anno 2003, l’uscita nelle sale cinematografiche di Dogville ha dimostrato che credere di poter incatenare un genio a una qualsiasi regola, fosse pure la più anti-convenzionale, fosse pure la più controcorrente, fosse pure essa stata scritta di suo pugno, risponde a un solo nome: utopia. Non è perciò da ritenersi un caso che, tempo due stagioni, i registi appartenenti a tal proposito abbiano sancito la fine di un patto mai interamente rispettato.

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Eyes Wide Shut, la danza macabra di Stanley Kubrick

Una luce calda avvolge l’accogliente appartamento newyorkese di una coppia alto borghese che si sta preparando per un party prenatalizio. Non fosse per la marcata personalità dei due si tratterebbe di una scena ordinaria, en passant, ma l’algida bellezza di Alice (Nicole Kidman) – che di spalle si sfila un elegante abito nero mentre Bill (Tom Cruise) attraversa con passo sicuro alcune stanze per quindi raggiungere il bagno dove la splendida moglie è ora seduta sul water – riversa sulla pellicola una potenza visiva tale da rendere sufficienti un paio di minuti per consegnare ai posteri la tredicesima e ultima pellicola di Stanley Kubrick, Eyes Wide Shut

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The Hours, il flusso eterno delle ore

Tre epoche storiche. Tre città diverse. Tre donne legate inconsapevolmente l’una all’altra da un’opera letteraria che sta inesorabilmente per cambiare la loro vita.

Richmond, 1923. Nelle campagne nei dintorni di Londra Virginia Woolf lotta quotidianamente contro la follia, la depressione e le voci che ormai la aggrediscono sempre più di frequente. Distante dai valori che governano la società del suo tempo, sposata con un uomo terrorizzato dalla possibilità che lei ponga fine ai suoi giorni, Virginia sta scrivendo il suo capolavoro: Mrs Dalloway.

Los Angeles. 1951. Laura Brown è una casalinga insoddisfatta, sposata con un uomo amabile ma che lei non ama – sentimento che al contrario prova per un’amica – ma soprattutto si sente spiazzata, quasi a disagio di fronte all’adorazione del figlio. Per di più è in attesa di un altro bambino. Intrappolata in una vita che non sente sua e che le appartiene sempre meno, Laura trasfigura i suoi desideri di evasione nel romanzo che sta leggendo: Mrs Dalloway. Le pagine del romanzo di Virginia Woolf sembrano prenderla per mano e condurla ad un bivio: la fuga o la morte.

New York. 2001. Clarissa Vaughan è un editor di successo che convive da dieci anni con la sua compagna ed è madre di una figlia in provetta. Clarissa sta organizzando una festa in onore di un caro amico: un poeta omosessuale, malato di AIDS che fu il suo primo amore. Sotto la patina di sicurezza e padronanza degli eventi, Clarissa, soprannominata dall’amico Mrs Dalloway – e non solo  per via del nome identico alla protagonista del romanzo – nasconde invece un equilibrio illusorio, una serenità fittizia.

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A Monster Call, quando a chiamare è la vita

L’adattamento cinematografico del romanzo più noto di Patrick Ness, Sette minuti dopo la mezzanotte, è un fantasy a tinte drammatiche destinato a toccare corde nascoste, sensibilissime, difficili da gestire, da accettare. Per Conor O’Malley, dodici anni, cresciuto dalla madre, è inaccettabile che la donna che gli ha dato la vita debba combattere un cancro che, per quanto lei tenti di posare un lume di speranza sul futuro, pare essere giunto alla fase terminale. Incapace di opporsi al bullismo di cui è vittima a scuola, intestardito nel suo evitare di relazionarsi con la nonna materna, amareggiato dalla superficialità del padre, Conor si ritrova costretto ad assumersi responsabilità, soprattutto emozionali, che si sublimano in rabbia repressa, desiderio di fuga, paura. Emozioni urlate attraverso la sua passione: il disegno. Ed ecco che, esattamente sette minuti dopo la mezzanotte, prende vita un regno segreto, pauroso, dove un tasso centenario, visibile in lontananza, dalla finestra della sua camera, al di là di una chiesa ed un cimitero abbandonati, è pronto a squarciare il mondo di Conor, per rivelarsi per quello che è: il mostro.

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