Katharine Hepburn, una fuga verso la leggenda

Recatosi a New York alla ricerca di qualche talento da soffiare a Broadway per conto della RKO Pictures, il rampante agente Hollywoodiano Leland Hayward avrebbe raccontato di essersi imbattuto «nel nulla» finché, con già un piede sul volo di ritorno, venne convinto da uno strillone di strada a concedere una possibilità a “The Warrior’s Husband”; una rivisitazione della “Lisistrata” di Aristofane. Bastarono due ore di spettacolo per rimettere quel viaggio in discussione e pretendere minuziose informazioni sull’algida bellezza che interpretava Antiope. Quel che gli raccontarono non lo rincuorò troppo: era una venticinquenne dal carattere piuttosto difficile che, dopo anni di apprendistato nei teatri di Baltimora, si era presentata nella Grande Mela offrendo una performance tutt’altro che convincete nel dramma “The Big Pound” ed essere prima licenziata e poi riassunta nella commedia “Art and Mrs. Bottle”. Consapevole del proprio fiuto, Hayward si mise comunque in contatto con la donna e le propose di sostenere un provino per il ruolo di Sydney Fairfield in “Febbre di vivere”; sesto film dell’enfant prodige George Cukor. Lei acconsentì, senza scomporsi. Chi rimase senza fiato fu il regista; il quale la descrisse come «una strana creatura, diversa da qualsiasi cosa avessi mai visto». Incantato dalla classe con cui lei posò un bicchiere durante il provino, a sconvolgere la casa di produzione fu la richiesta inerente al compenso di quell’attrice sconosciuta: 1.500 $ a settimana. Eppure George Cukor si impuntò, fu irremovibile. E fu così che creò Katharine Hepburn.

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Rodolfo Valentino, un sogno ad occhi aperti

Alla fine del 1800 Castellaneta era un semplice paese in provincia di Taranto arroccato su una gravina vertiginosa da una parte e scivolante verso la piana e il mare dall’altra. Nel tempo sarebbe divenuta la città del mito e questo perché il 6 maggio del 1895 vi nacque Rodolfo Pietro Filiberto Raffaello Guglielmi, alias Rodolfo Valentino, l’uomo che in una Hollywood dove il cinema era ancora una questione di volti e movenze avvolte nel silenzio stravolse i canoni della bellezza classicamente intesa, con il suo fascino esotico, travolgente, lo sguardo intenso, magnetico, tenebroso.

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Audrey Hepburn, classe senza tempo

Aristocratica, elegante, raffinata, affascinante, ma allo stesso tempo, semplice, spontanea, candida al punto da apparire eterea, trasparente. In lei non vi era nulla di forzato, di costruito, di artefatto. Non si è mai omologata, non ha mai considerato l’ipotesi di esibirsi, non ha mai tentato di imporsi con invadenza. Era sufficiente la sua figura sottile, il candore della pelle, quegli occhi profondi, da cucciolo ferito, perché in sua presenza l’atmosfera cambiasse, perché il mondo la fissasse. Audrey Hepburn divenne la musa di Givenchy, rese famosa la Vespa in tutto il mondo, si librò dal teatro al cinema, dalla commedia al dramma, con disinvoltura, con classe, senza mai calcare la mano, vincendo premi di ogni tipo, senza mai essere rapita dal proprio carisma; amando, soffrendo, senza invecchiare, perché le icone non tramontano mai.

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Jayne Mansfield, the one and only

«The one and only», furono le sue ultime parole. All’uscita di in un ristorante lungo la strada che da Biloxi porta a New Orleans, una donna le chiese se fosse proprio lei, la famosa attrice. Rispose di riflesso, senza esitare; per poi avviarsi verso l’auto che l’attendeva, al di là della porta a vetri del ristorante. Al volante della Buick Electra c’era una Ronnie Harrison, non ancora ventenne, fresco di patente, probabilmente stanco, di certo emozionato. Sul sedile posteriore si accomodarono i tre figli dell’unica e sola: Miklos, Zoltan e Mariska, rispettivamente di otto, sette e quattro anni; su quello anteriore, al centro, sedette Sam Brody, un avvocato divorzista, mentre sulla destra, prese posto lei, Jayne Mansfield, «The one and only», con i braccio i due adorati cagnolini chihuahua, Popeicle e Monaicle. Le lancette degli orologi della Luisiana avevano da poco svalicato la mezzanotte. Era il 29 giungo del 1967; e Jayne Mansfield non ne vide mai l’alba.

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Marlon Brando, un tram che si chiama immortalità

Infranse l’oscurità della quinta di un teatro con la sua bellezza atipica, lo sguardo profondo, le labbra carnose, con indosso una t-shirt sgualcita e un paio di jeans, mentre nel cuore pulsava una rabbia impossibile da domare, un terrore del rifiuto pari solo ai suoi modi ostentati, persino un po’ rozzi, sospinto da una disperata voglia di stupire, di differenziarsi, di sfondare. Marlon Brando è stato considerato il miglior attore di Hollywood, il più sopravvalutato, il più pagato, il più ingestibile sul set, il più propenso a ridurre kolossal in flop, il più incline a sprigionare quella scintilla capace di valorizzare i suoi personaggi rendendoli indimenticabili, l’unico ad aver respinto un oblio che pareva in procinto di divorarlo, il solo capace di imporsi come icona, dentro alla propria stessa icona.

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La principessa Rooney Mara

Raffinata, elegante, riservata, umilissima, dotata di un’intelligenza acuta, di una sensibilità talmente apolitica e avulsa da qualsiasi diktat da renderla un personaggio, seppure lei reclamerebbe il diritto di essere associata al termine persona, spiazzante, impossibile da catalogare, quasi scomoda, per lo scaltrissimo pianeta hollywoodiano. Nonostante le due nomination agli Oscar, un premio vinto a Cannes e un ventaglio di ruoli che la presenta come un’attrice non solo versatile, ma pure richiesta da diversi maestri della regia nonché una vera e propria garanzia al box office; lei non è indietreggiata di un passo, ha continuato a credere in progetti low cost, ha evitato di sposare cause che non partissero dalla sua Fondazione no profit e, sopratutto, non si è lasciata ingabbiare in quello star system che invano l’ha corteggiata ma che, vistosi rifiutato, non ha comunque trovato appigli validi per sminuirla e questo perché basta guardarla, Rooney Mara è cinema.

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Elizabeth Taylor, la dea che scese sulla terra

«Tutto ciò che senti, che provi, è provvisorio. A restare è ciò che hai fatto. Solo ciò che hai fatto dimostra ciò che sei». Nel tentativo di spiegare come l’irraggiungibile quanto estemporanea Angela Vickers, da Elizabeth Taylor interpretata in “Un posto al sole”, non fosse una semplice chimera destinata a sconvolgere le certezze del personaggio maschile fino al crollo rovinoso dell’integrità e della vita, ma una metafora rapportabile alla vita stessa, un turbine perenne di contraddizioni, dove passioni, ambizioni, desideri e debolezze sono destinati ad attorcigliarsi fino a un epilogo che altro non è che la conseguenza di una catena di azioni; affiora l’essenza di Liz Taylor, sulla cui provvisorietà ha costruito una carriera e l’esistenza stessa: da bambina prodigio a stella lucente, ultimo baluardo di quello star system destinato a sgretolarsi, a cambiare senza però riuscire a fare a meno del suo ricordo, eternamente sedotto dal suo fascino, ammaliato dal suo magnetismo, confuso dall’innata capacità di spaziare dalla commedia al dramma, dall’inesauribile tonalità di sentimenti, di condizioni che riusciva a dar vita; dall’essere ingenua, viziata, raffinata, alienata, dissoluta, circuita, austera, disillusa; lasciando sempre una traccia profonda, inconfondibile, indimenticabile.

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James Dean, un viaggio senza ritorno

Se gli occhi sono lo specchio dell’anima in quelli di James Dean vi si leggeva la morte. Basta nominarlo, James Dean, e ci si figura il suo volto appena accennato a tre quarti, gli occhi socchiusi, la sigaretta in bocca, l’espressione indefinibile, forse leggermente corrucciata, ma potrebbe essere anche incuriosita, oppure chissà, forse semplicemente si tratta di una posa impostata, mentre il vero sé stesso è lì, impaziente, eppure in attesa di un qualcuno o un qualcosa che non arriverà mai.

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Marlene Dietrich, l’angelo nero

Marlene Dietrich. La cantante dalla voce seducente. L’attrice dotata di una fisicità conturbante, la cui presenza scenica era ingigantita dall’incomparabile magnetismo che emanava, dal fascino ambiguo che bucava lo schermo. La femme fatale dalla patina androgina. La diva che riuscì a mettere il mondo ai suoi piedi creando un’icona densa di quelle contraddizioni che fecero di lei quello che era, o forse che tutti vollero che fosse; perché dietro al talento c’era una dedizione al limite del disumano, perché la sua immagine era sorretta da una ricerca meticolosa, perché dietro alla donna si celava un enigma irrisolvibile.

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Lo spietato mondo di Dogville

Se l’obiettivo originale di Dogma 95 era quello di purificare il cinema dalla cancrena degli effetti speciali, dagli investimenti miliardari e dalla spettacolarizzazione tesa ad americanizzare qualsiasi prodotto, partendo da linee base piuttosto precise – fondate su un decalogo redatto dagli ideatori del progetto Thomas Vitenberg e Lars Von Trier – come il divieto di usare luci artificiali, scenografie, colonne sonore e tracce che non appartenessero a musica diegetica, nonché di rifiutare un qualsiasi espediente di ripresa al di fuori della telecamera a mano; ebbene, a otto anni di distanza dalla nascita del Manifesto, correva quindi l’anno 2003, l’uscita nelle sale cinematografiche di Dogville ha dimostrato che credere di poter incatenare un genio a una qualsiasi regola, fosse pure la più anti-convenzionale, fosse pure la più controcorrente, fosse pure essa stata scritta di suo pugno, risponde a un solo nome: utopia. Non è perciò da ritenersi un caso che, tempo due stagioni, i registi appartenenti a tal proposito abbiano sancito la fine di un patto mai interamente rispettato.

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