A lezione da Carlos Martinez

Per farsi un’idea di chi sia Carlos Martinez è sufficiente vederlo in campo, per pochi minuti, durante un qualsiasi allenamento. Carlos è un turbine di consigli, di incitamenti, di stimoli destinati a spronare, a incoraggiare, a motivare, la persona che si trova al di là della rete. Può trattarsi di una duplice campionessa slam come Svetlana Kuznetsova oppure di una bimbetta di otto anni che frequenta la sua Accademia ma lui non si risparmia mai, riflette tutto il suo entusiasmo, è un distillato di energia positiva. Non è semplicemente un coach eccezionale dotato di una professionalità innata, tra l’altro maturata insieme a tanti anni di esperienza; ciò che più colpisce in lui è come sia riuscito nella complicatissima impresa di equilibrare il bagaglio di competenze con una dimensione umana palpabile. Poter contare su un coach come Carlos Martinez significa sapere di avere accanto a se’ un porto sicuro.

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Svetlana Kuznetsova e la persistenza della memoria

Hai visto fiorire il deserto?
Dimmi: hai visto il deserto in fiore?
Dimmi, perché io sappia
come risplende un deserto in fiore
Io ho visto fiorire il deserto
Era il volto del cieco
quando ha toccato con la mano qualcosa
che la sua bocca ricordava.
(Gunnar Ekelöf)

La persistenza della memoria è una delle tante opere di Salvator Dalì ambientate in uno sfondo, in uno scenario, riconducibile a un ipotetico deserto. Una riflessione sulla relatività del tempo, il cui scorrere è scandito da alcuni orologi che, a rigor di logica, dovrebbero misurare oggettivamente la dimensione terrena, eppure, questi strumenti così precisi, così tecnici, così apparentemente infallibili, sono messi in crisi, smentiti, cancellati, dalla memoria umana, un dato né quantificabile né tangibile che è alla base della soggettività del tempo. Svetlana Kuznetsova, che nel luglio del 2016 è tornata top 10 dopo oltre sei anni e che a novembre si è qualificata per un Master, poi sfuggitole per un soffio, dopo sette, il 19 marzo 2017 ha disputato la sua terza finale al BNP Paribus Open, meglio conosciuto come il torneo di Indian Wells, a distanza di nove anni. Cosa rappresentano nove anni nel mondo del tennis? Nel trambusto di un’era indefinibile in cui risorgono ex promesse date per disperse, dove si affacciano giocatrici apparentemente destinate a palcoscenici minori, mentre le nuove leve sembrano essere incapaci di spiccare il volo – vuoi per qualità in difetto o per un caos generale probabilmente analizzabile solo a distanza di anni – ebbene sei, sette, nove anni possono significare tanto, o forse niente.

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L’universo parallelo di Svetlana Kuznetsova

In un universo parallelo denominato Code 79274, separato e distinto seppure coesistente rispetto alla dimensione in cui il suddetto scritto è stato recapitato, il 27 giugno del 1985 Svetlana Kuznetsova nasce a San Pietroburgo, città di c’zar, letterati e compositori. Il padre, Aleksandr Kuznetsov, è un allenatore e pilastro della squadra sovietica di ciclismo su pista, la madre, Galina Tsareva, è stata una dominatrice nella medesima disciplina tra il 1969 e il 1980.

La prima differenziazione, o a seconda dei punti di vista incrinatura, tra le due dimensioni avviene nel momento in cui i genitori prendono atto della innata predisposizione della figlia per il gioco del tennis e decidono di trasferirsi tutti in un paese diametralmente opposto, almeno per quanto riguarda la sfera sociale ed emotiva, gli Stati Uniti. Poco importa specificare in quale Accademia Svetlana si sia trovata rigettata ad appena sette anni; ha semmai un notevole valore calcare la mano sull’Epifania caduta tra capo e collo al direttore di tal centro di formazione in quanto il talento della bambina russa apparve subito chiaro fosse rafforzato per via genetica da una straripante predisposizione alla fatica, nonché dalle principali doti atletiche quali forza, elasticità e rapidità comparabili a mini-robot-tennisti aventi almeno il doppio dei suoi anni.

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600 sfumature di Kuznetsova

«Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta ed essa è intesa unicamente per rivolgerla contro te stesso» scrisse Truman Capote che nella sua lungimiranza aveva forse previsto che un giorno il mondo del tennis sarebbe stato illuminato, turbato, sedotto, da Svetlana Kuznetsova. Non a caso l’inchiostro usato per scrivere la sua storia pare essere uscito dalla penna di Dostoevskij in quanto, vuoi per indole, vuoi per vissuto, il personaggio Kuznetsova custodisce in sé un qualcosa di quella indecifrabile duplicità, di quel dilagante misticismo che contraddistingue la terra che l’ha generata, la sconfinata Madre Russia. Supportata da una fisicità dirompente, Svetlana Kuznetsova possiede un talento cristallino, animato dalla dottrina russa per essere assemblato nell’espressione dalla pragmatica scuola iberica, così come il temperamento artistico sembra dibattersi tra lampi di classe destabilizzanti quanto a raffinatezza e un riflessivismo che la spinge a produrre una mole di gioco destinata a ingarbugliarsi tra soluzioni complesse da gestire.

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Svetlana Kuznetsova, tra mistica e non luoghi

Il termine mistica o misticismo deriva dal greco antico μυστικός – mystikós – strettamente legato a μυστήριον – mystḕrion – ossia mistero. Parola inflazionata, ricca di sfumature: i greci volevano indicare i misteri propri dei culti iniziatici, i cristiani il percorso di un uomo disposto a rinunciare a sé stesso pur di conoscere la verità, mentre i russi attribuiscono alla mistica la capacità di congiungersi all’assoluto tramite doti ultraterrene di cui Dio ha, senza una logica, ha dotato alcuni esseri umani in quanto, «non ci si eleva, se Dio non ci eleva».

I non luoghi della Russia, quelle distese vaste, estreme, marcate da orizzonti senza fine, che inducono all’introspezione, alla ricerca di sé stessi al di là di sé stessi, sembrano riflettersi, plasmarsi, nella personalità enigmatica di Svetlana Kuznetsova. Cara agli dei del tennis Svetlana lo è sempre stata ma ogni cosa ha un prezzo e se i sacrifici consumati da adolescente in Spagna, lontana dalla madre terra, le hanno permesso di spiccare il volo verso l’US Open ad appena diciannove anni, la ricerca di assoluto in quel congegno complicato quanto prezioso conseguenza del connubio mente-cuore che fa della Kuznetsova giocatrice una creatura inscindibile dallaKuznetsova essere umano”, ha forse preso forma molti anni dopo, nelle cadute, nel rischio costante di rimanere un qualcosa di incastrato nel limbo oscuro in cui era scivolata per lì rimanere sospesa, ai margini di una prospettiva infinita.

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Svetlana Kuznetsova, indecifrabile sciarada

11 settembre 2004. Questa la data in cui si chiuse il cerchio, in cui si compì quel qualcosa di indefinibile iniziato tre anni prima in uno strampalato ITF, in uno di quei posti aridi dove si capita per caso, così come per caso capitano tutte le cose destinate a lasciare un segno nella vita; quando in un pomeriggio graffiato da una luce abbagliante la canicola si intrise di quelle parole «presto vincerai uno slam»; e lei ci credette, o forse no, perché non aveva ancora compiuto sedici anni e solo da poco aveva imparato qualche parole d’inglese; aveva già le gambe muscolose e il diritto letale. Svetlana Kuznetsova, così si chiamava.

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Wimbledon, un attimo di eternità fuori dal tempo

Wimbledon. Semplice da pronunciare, ma non troppo, a pensarci bene. Wimble-den. La cadenza troppo british ti fa sorgere il dubbio se sia proprio quello il posto dove si disputa il torneo di tennis. Poi c’é dell’altro, molto altro. Perché ecco, a Melbourne Park ci si riflette quasi sul fiume Yarra e l’efficenza aussie si sposa a meraviglia con il distretto finanziario che si estende a pochi passi, in termini di yards s’intende, mentre nel quartiere d’Auteuil si respira Parigi tanto che basta arrampicarsi in cima alla terza categoria del Philippe Chatrier per distinguere la Torre Eiffel, non parliamo poi di Flushing Meadows, il parco di 500 ettari creato sulla valle di ceneri descritta da Francis Scott Fitzgerald in Il Grande Gatsby, dove nonostante tutto ti senti accartocciato nel ventre di New York. A Wimbledon invece… Non sei propriamente a Londra. Soprattutto nei giorni precedenti il torneo di tennis, prima che il delirio si impossessi degli appassionati del nobil gioco, gente pronta a tutto, come accettare la possibilità di essere sorteggiati di anno in anno in occasione della lotteria ufficiale per avere un biglietto tra le mani, colpo di fortuna che difficilmente si avvererà, quindi uomini e donne di ogni età, provvisti dell’indispensabile queue card, disposti a fissare per quattro, cinque ore, la nuca dell’individuo che lo precede pur di avere la meglio sulla mitologica queue, magari dopo aver campeggiato all’addiaccio.

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A Sydney brilla la stella SK27

Per aspera ad astra, recita un proverbio latino, la cui origine deriva probabilmente dalla mitologia greca, dove l’ascesa sul monte Olimpo degli eroi implicava l’aver compiuto una serie di imprese maestose in quanto, per l’appunto, solo attraverso le asperità si giunge alle stelle. Il nome di Svetlana Kuznetsova è stato ufficialmente accolto nel firmamento il 27 giugno del 2015, giorno del suo trentesimo compleanno, quando un gruppo di fans ha deciso di contattare un osservatorio australiano per nominare una stella con un acronimo riconducibile alla fuoriclasse russa: SK27.

Certo, a livello metaforico nell’Olimpo Svetlana già vi risiedeva dall’11 settembre del 2004, quando appena diciannovenne si prese la briga di conquistare New York innescando una catena di ipotesi, tra chi la dipingeva come prossima numero uno a cui la considerava un bluff. Aspettative e giudizi sommari atti a rimarcare l’ambigua sospensione che da sempre l’ha vista oscillare tra la luce e le tenebre. Un’ambivalenza che le ha fatto assumere le sembianze di eroina romantica nelle cui corde grava il peso e la responsabilità di poter sbranare chiunque, compresa sé stessa, perché come disse un rassegnato Bud Collins: «Nessuno come Sveta sa strappare la sconfitta dalle fauci della vittoria».

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