Novak Djokovic, l’androide

Quando un bambino di quattro anni trascorre interi pomeriggi a osservare alcuni manovali intenti a costruire i campi da tennis per un circolo sito proprio di fronte alla pizzeria dei genitori, dovrà pur significare qualcosa. Non solo, una volta inaugurato il club, quel marmocchio, tutti i giorni entra di soppiatto, per posizionarsi davanti alla recinzione di quei rettangoli a osservare i suoi coetanei allenarsi. Di lui si accorge Jelena Gencic, la maestra del luogo: gli chiede se vuole provare a giocare. Il giorno dopo quel bambino magrissimo e silenzioso si presenta con la madre, Dijana, la quale, insieme al marito Srdan – un ex sciatore – gestisce la pizzeria più rinomata di Kopaonik, il paesino in cui si svolge la vicenda. Il punto è che Jelena Gencic non è un’insegnante qualunque, è la scopritrice di Monica Seles, e non ha dubbi sul fatto che quel Novak non sia un bambino qualunque, quell’allievo scovato così, per caso, è un prodigio. Per questo lo allena tutti i giorni. Non solo, gli mette in mano dei libri, per poi discuterli insieme lo porta al cinema, parla di obiettivi, del futuro. Forse sa che l’avvenire è suo, perché quel bambino effettivamente non è un semplice bambino, come non è neppure un ordinario Novak. Quel bambino, è Novak Djokovic.

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Maria Sharapova, dalla Siberia all’Olimpo

Il regista Jacques Feyder ha raccontato che durante le riprese di ”Il bacio”, tutte le mattine alle 9, incaricava un assistente di andare a chiamare Greta Garbo e, tutte le volte, una voce alle sue spalle replicava: “Sono qui”. Nessuno riusciva a capire da dove fosse entrata ma lei era sempre lì, puntuale. Seppur dovendosi accontentare di un Oscar alla carriera, tra l’altro mai ritirato, la Garbo è considerata una leggenda e tuttora, a 77 anni dal suo addio alle scene, a 28 dalla sua scomparsa, il suo nome è sinonimo di cinema. Greta Garboda svedese errante’ a ‘divina’, una bellezza algida, quasi asessuata, un talento cristallino; virtù che si irradiano in pochissime persone. Maria Sharapova è una di queste, splendide, inaccessibili creature e quando il 9 giugno 2012, dall’alto della sua sublime eleganza si è ritrovata in mano un biglietto di sola andata per entrare nella storia del tennis, puntualmente lo ha riscosso. Ne era consapevole Maria, quando fasciata in un raffinato completino nero si è lasciata cadere in ginocchio sulla terra battuta del Court Philippe Chatrier, mentre con le mani si è coperta il viso, come già aveva fatto in altre tre momenti cruciali della sua carriera; sotto il sole incandescente di Melbourne nel 2008, in una fresca serata newyorkese di fine settembre nel 2006 e il 5 luglio del 2004 quando, appena 17enne, con i suoi colpi devastanti a 105 decibel, ha infranto il silenzio dei sacri campi di Wimbledon.

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Serena Williams, l’indomabile

Serena Williams ha fatto giocato la sua prima partita ufficiale nel circuito professionistico nell’ottobre del 1995 a Quebec City. Giusto per inserire la data in un contesto comprensibile, nel 1995 le nuove stelline del firmamento tennistico non erano ancora nate. Nell’arco di questi anni Serena Williams ha conquistato 73 tornei WTA. La prima volta è avvenuta il 28 febbraio del 1999 all’Open Gaz de France; l’ultima, almeno fino ad ora dato che con Serena vige la regola del “mai dire mai”, il 12 gennaio 2020 Al ASB Classic di Auckland. Tra i 73 titoli spiccano 23 Prove del Grande Slam, 5 Master e un oro olimpico; ben quattro se si considerano anche i doppi conquistati con la sorella Venus.

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Nel nome di Roger Federer, il semidio cannibale

«Un tempo ero troppo emotivo perché avvertivo le forti aspettative che c’erano su di me. Quando hai talento te ne accorgi, ma quando tutti ti ripetono che puoi diventare il più forte, che puoi vincere questo e quello, che fai apparire facili le cose più difficili, che ridicolizzi l’avversario con smorzate e lob, che sei l’erede di Sampras, allora tutte quelle parole fanno il giro completo e ti tornano in faccia, come un boomerang». Dietro a queste parole emerge tutta la responsabilità di un ragazzo di appena ventidue anni consapevole che il mondo del tennis ha caricato sulle sue spalle tutte le sue aspettative, tutte le sue frustrazioni, tutti i suoi sogni. Era il 2003 e certamente Roger Federer non poteva immaginare che avrebbe finito con il riscrivere la storia di questo sport. Non credeva che intorno a lui si sarebbero create aspettative così enormi da dover accogliere ogni suoi trionfo come doveroso e ogni sua sconfitta come un oltraggio inflitto non contro di se’, quasi contro al tennis stesso. Quel ragazzo ha vinto molto, anzi tutto, per poi rivincerlo. In lui coesiste la via della grazia e la via della natura: il suo talento lo ha reso un semidio, la sua ambizione lo ha trasformato in un cannibale.

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Andy Murray, l’umano che sconfisse gli alieni

Verso le 9.30 di mercoledì 13 marzo 1996, il quarantatreenne Thomas Watt Hamilton fece irruzione nella palestra della Primary School di Dunblane, dove ventinove bambini della prima elementare stavano per iniziare l’ora di ginnastica. Estrasse una dopo l’altra quattro pistole e iniziò a far fuoco sui bimbi e sul personale docente per circa quattro minuti. Compiuta la strage, l’uomo rivolse la pistola contro di sé e si tolse la vita. I 105 proiettili esplosi uccisero 16 bambini e la loro maestra. Andy Murray e il fratello Jamie frequentavano la Primary School: avevano rispettivamente otto e dieci anni e le loro classi erano nello stesso piano della palestra dove avvenne quel raccapricciante episodio di cronaca poi ricordato come il massacro di Dunblane. In quel mentre erano in corridoio, ancora disimpegnati per via del cambio delle lezioni. Fu Jamie a prendere per mano il fratellino per condurlo sotto a una cattedra. Finché gli spari finirono, lasciando solo il ricordo.

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Svetlana Kuznetsova, l’inquietudine del talento

 È l’11 settembre del 2004 quando sul cemento di Flushing Meadows la diciannovenne Svetlana Kuznetsova sconvolge il mondo del tennis conquistando lo slam più difficile, più duro, dove in genere non c’è spazio per le sorprese, perché a vincere l’US Open sono i più forti. Quell’anno la storia si sovrappose al tennis, rendendo la finale dello slam newyorkese unica, indimenticabile. Sono le 8 p.m quando sull’Arthur Ashe Stadium si espande l’anima nera del tennis, ma anche della vita: la soprano Jessye Norman affiancata dai Boys Choir esegue una toccante versione di “God Bless America”, seguita da un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle avvenuto nel 2001 e degli atti di terrorismo rivolti contro la Russia nemmeno dieci giorni prima alla scuola di Beslan. A rendere l’epilogo della 123esima edizione dell’US Open, fuori dall’ordinario sono anche le protagoniste: Svetlana Kuznetsova ed Elena Dementieva. Russe, amiche, compagne di viaggio nel circuito, eppure due giovani antitesi. Elena: un gioco schematico, solido, assemblato con il duro lavoro. Svetlana: l’eccezionale bagagliaio tecnico, un tennis virile tempestato da invenzioni, spesso imprevedibili, seppure consolidate da una sorta di indole primordiale che accomuna i fuoriclasse; timidezza e sfrontatezza, luce e oscurità. Due games concessi a Sesil Karatantcheva, il duplice 6-3 rifilato a Nicole Pratt, il 7-6(3) 7-5 necessario per congedare la veterana veterana Amy Frazier, il 7-6(5) 6-2 con cui si è sbarazzata di Mary Pierce, il 7-6(4) 6-3 impartito a Nadia Petrova, il set ed il break di svantaggio recuperato a Lindsay Davenport per andare a imporsi con il punteggio di 1-6 6-2 6-4, ed infine il 6-3 7-5 fissato, con un ace di seconda, sul tabellone segnapunti all’ultimo atto.

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Agnieszka Radwanska, la tessitrice arcaica

Agnieszka Radwanskala professoressa”. Agnieszka “la tessitrice”. Aga “la maga”. In un circuito ormai irrimediabilmente contrassegnato da un tennis che si limita a far leva sulla potenza esasperatamente monocorde e fine a se’ stessa, rattristato, per non dire offeso da una schiera sempre più folta di giocatrici fotocopia, talmente mono-tematiche da non riuscire a distinguerle l’una dall’altra, figurarsi ad affibbiare loro un appellativo in grado di valorizzarle; la polacca poteva contare su diversi nickname. Come una “professoressa”, Agnieszka Radwanska disegnava con autorità geometrie soffuse, tese alla ricerca di angoli velenosi, di traiettorie destabilizzanti, avvalorate da un acume tattico secondo solo alla leggerezza con cui danza sul campo. Con lo sguardo impenetrabile, paziente, pignolo di una “tessitrice”; Agnieszka imbastiva la sua tela sulle note di una nenia arcana, che finiva con l’avvolgere le ignare avversarie, fino a soffocarle. Finché Abracadabra non di rado Aga si improvvisava “maga”; ed eccola che dava vita a quel colpo che non ti aspettavi, a quella soluzione che rimetteva in discussione tutto, a quel tocco che confondeva, stravolgeva, incantava. Tutto ciò non lo rivedremo più.

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Nadia Comaneci, il coraggio della perfezione

L’esito della seconda guerra mondiale e la conseguente assegnazione della Romania al blocco sovietico, autorizzò l’Armata Russa a comportarsi come una qualsiasi forza di occupazione. Le persecuzioni nei confronti di ogni nemico, reale o immaginario, del regime comunista ebbero inizio deportando i “tedeschi etnici” e gli “oppositori” nelle miniere di carbone di Donbas. Nel momento in cui la Romania poté contare su una stabilità rossa”, il numero degli arresti si estese agli intellettuali, gli uomini di chiesa, gli insegnanti, gli studenti che – ispirati al modello della rivolta organizzata a Bucarest nel 1956 – osavano urlare il loro bisogno di libertà. Circa un quinto dei prigionieri morì di stenti, per incidenti sul lavoro o per malnutrizione. Erano anni duri, bui, crudeli. Erano gli anni di Gheorghe Gheorghiu-Dej; quando nell’autunno del 1961 ad Onesti, in un piccolo appartamento da cui si scorgevano i Carpazi, Stefania-Alexandrina, incinta di otto mesi, vede in TV un film di cui mai ricorderà il titolo, mentre il nome della protagonista, quello sì, le si fisserà nella mente. Quel nome era Nadia, diminutivo di Nadežda – “speranzain russo-. Fu così che il 12 novembre 1961, alla nascita della figlia, quel nome riaffiora. Il padre Gheorghe è d’accordo. In quegli anni c’era fame pure di speranza. Per le autorità si trattava di un nome come un altro. Venne registrata come Nadia Comaneci. 

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Stan Wawrinka, le intermittenze delle tenebre

È il 9 maggio del 2013 quando agli sgoccioli del giorno che coincide con il 74esimo compleanno di Ion Tiriac, tra l’altro alma mater del Mutua Madrid Open; Stanislas Wawrinka affronta Grigor Dimitrov. Sono gli ottavi di filnale e in quei giorni, il ventottenne Stan Wawrinka, è una promessa mantenuta in parte. Ex campione juniores al Roland Garros, una fugace permanenza in top 10 tra il maggio e l’ottobre del 2008 per quindi iniziare a oscillare tra il la decima e la ventesima posizione – con tanto di mesi neri che lo hanno respinto finto alla ventiseiesima -, quattro titoli ATP riposti in bacheca – tutti appartenenti alla categoria ATP 250 – e una medaglia d’oro in doppio alle Olimpiadi di Pechino, insieme a Roger Federer, l’uomo, la leggenda vivente che ha costretto Wawrinka ad essere l’eterno numero due del tennis svizzero. Dall’altra parte della rete a Madrid si è ritrovato un ragazzo di ventidue anni, sulla cresta dell’onda per aver battuto al turno prima il n.1 del mondo Novak Djokovic, campione sia a Wimbledon che all’US Open juniores, il bulgaro in cui tutti scorgono, vogliono scorgere, l’erede Roger Federer. Nemmeno a dirlo. Roger Federer, sempre Roger Federer. Impossibile comprendere gli stati d’animo che attraversano il cuore e la mente di Stan al cospetto del carisma, del nome, di quel nome; Roger Federer. Non solo un campione, no, il n.1 più n.1 di sempre, il tennista più vincente di tutti i tempi. Stanislas, più giovane di Roger di quattro anni. Stan Wawrinka, più vecchio di Dimitrov, l’erede di Federer, di sei anni. Una persecuzione, un terrorismo psicologico, uno stalking mediatico che si trasfigura sempre e comunque in un nome, Roger Federer, che ha inseguito e sempre inseguirà Stan Wawrinka.

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Dražen Petrović, il Pierrot Lunaire che divenne Mozart

Il Pierrot Lunaire di Arnold Schönberg è un poeta virtuoso che esprime la nature triste e malinconica che lo contraddistingue ora dedicando versi alla luna, ora credendosi un assassino, sempre, senza mai risparmiare al proprio animo allucinato momenti di tormento o puro cinismo; finché, ormai stanco, torna alla sua patria invocando «l’antico profumo dei tempi delle fiabe». Una delle fiabe più belle della Croazia parla di un bambino nato per giocare a basket e che, divenuto uomo, si distinse non solo per l’estro senza pari, anche per i sentimenti che ne impregnavano il cuore, talmente estremi e maniacali da renderlo un mito vivente. Dražen Petrović, il Mozart del canestro. Stilisticamente perfetto, una visione di gioco sbalorditiva, un tiro da cecchino, una dolcezza nel controllo palla da giocoliere. Poi c’era tutto il resto, personalismi che non si insegnano, come l’uso del piede perno, la velocità di esecuzione, le improvvisazioni, tutta una serie di schemi non scritti che prendevano forma nella sua mente al punto da far sì che lui fosse la squadra e che la squadra divenisse lui.

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