Novak Djokovic, l’androide respinto dalla storia

Quando un bambino di quattro anni trascorre interi pomeriggi a osservare alcuni manovali intenti a costruire i campi da tennis per un circolo sito proprio di fronte alla pizzeria dei genitori, dovrà pur significare qualcosa. Non solo, una volta inaugurato il club, quel marmocchio, tutti i giorni entra di soppiatto, per posizionarsi davanti alla recinzione di quei rettangoli a osservare i suoi coetanei allenarsi. Di lui si accorge Jelena Gencic, la maestra del luogo: gli chiede se vuole provare a giocare. Il giorno dopo quel bambino magrissimo e silenzioso si presenta con la madre, Dijana, la quale, insieme al marito Srdan – un ex sciatore – gestisce la pizzeria più rinomata di Kopaonik, il paesino in cui si svolge la vicenda. Il punto è che Jelena Gencic non è un’insegnante qualunque, è la scopritrice di Monica Seles, e non ha dubbi sul fatto che quel Novak non sia un bambino qualunque, quell’allievo scovato così, per caso, è un prodigio. Per questo lo allena tutti i giorni. Non solo, gli mette in mano dei libri, per poi discuterli insieme lo porta al cinema, parla di obiettivi, del futuro. Forse sa che l’avvenire è suo, perché quel bambino effettivamente non è un semplice bambino, come non è neppure un ordinario Novak. Quel bambino, è Novak Djokovic.

Continue reading “Novak Djokovic, l’androide respinto dalla storia”

Andy Murray, l’umano che sconfisse gli alieni

Verso le 9.30 di mercoledì 13 marzo 1996, il quarantatreenne Thomas Watt Hamilton fece irruzione nella palestra della Primary School di Dunblane, dove ventinove bambini della prima elementare stavano per iniziare l’ora di ginnastica. Estrasse una dopo l’altra quattro pistole e iniziò a far fuoco sui bimbi e sul personale docente per circa quattro minuti. Compiuta la strage, l’uomo rivolse la pistola contro di sé e si tolse la vita. I 105 proiettili esplosi uccisero 16 bambini e la loro maestra. Andy Murray e il fratello Jamie frequentavano la Primary School: avevano rispettivamente otto e dieci anni e le loro classi erano nello stesso piano della palestra dove avvenne quel raccapricciante episodio di cronaca poi ricordato come il massacro di Dunblane. In quel mentre erano in corridoio, ancora disimpegnati per via del cambio delle lezioni. Fu Jamie a prendere per mano il fratellino per condurlo sotto a una cattedra. Finché gli spari finirono, lasciando solo il ricordo.

Continue reading “Andy Murray, l’umano che sconfisse gli alieni”

John Isner, il gigante dal cuore puro

Il sogno americano parte da lontano, quando uno studente di Harvard, Richard Sears, dal 1881 al 1888 vinse sette edizioni consecutive del U.S Championships. Dopo “Il Bostoniano” venne William Learned. Eccelleva nell’hockey e nell’equitazione, ma fu nel tennis a lasciare il segno: 7 U.S Championships. Finì male: durante la guerra ispano americana contrasse la meningite spinale rimanendo parzialmente paralizzato, finché si tolse la vita con una calibro 45. Gli anni ’20 incoronarono Bill Tilden: benestante, orfano di madre, messo in disparte dal padre e che si prese la sua rivincita trionfando 3 volte al Roland Garros, 7 all’U.S Championships e altrettante in Coppa Davis, battendo, perdendo e a volte condividendo tutto insieme al fido scudiero William Johnston. Fu made in USA anche il primo signore del Grande Slam Don Budge, così come l’uomo che perse la battaglia dei sessi Bobby Riggs, e il devastante Jack Kramer, poi divenuto primo direttore dell’Associazione dei giocatori professionisti, poi evoluta in ATP. Se Tony Trabert precedette l’invasione aussie, gli USA si riscattarono con Stan Smithquello delle scarpe -, con Arthur Ashe fecero dono al mondo del primo tennista di colore capace di vincere uno slam, per poi infiammare animi e albi d’oro con gli estrosi attaccabrighe Jimmy Connors e John McEnroe. Il potere yankee si sarebbe fatto valere con il robotico Jim Courier, con il variopinto quanto versatile Andre Agassi, toccando forse il proprio apice con l’immenso Pete Sampras per poi doversi accontentare del burlone Andy Roddick. In mezzo, c’è stato tanto altro: egregi campioni, inappaganti campioni a metà, onesti artigiani della racchetta, talenti sprecati. In questo turbinio si distingue John Isner: il gigante dal cuore puro sui cui palmi non sono state impresse le sacre stigmate dei fuoriclasse, ma è riuscito ad emergere grazie all’incrollabile dedizione, ai sacrifici, alla capacità di fissare degli obiettivi che andavano al di là delle ambizioni personali; forse inconsapevole che non solo gli Stati Uniti, il mondo intero, ha bisogno di eroi e di sogni che si avverano, di storie con un lieto fine.

Continue reading “John Isner, il gigante dal cuore puro”

Johan Cruijff, il Dio del calcio vestito da profeta

I profeti sono figure ispirate da Dio che, parlando in suo nome, ne annunciano la volontà, talvolta predicendo il futuro. Spesso guardati con diffidenza, i profeti sanno leggere i segni dei tempi, riescono a valutarne i contesti senza secondi fini, finendo col proporre una visione del mondo tesa a sconvolgere schemi consolidati. Per questi sono avanti, perciò sono incompresi, isolati. Lo chiamarono il profeta, Johan Cruijff. Il volto scavato, severo, ascetico. Il fisico slanciato, asciutto, immacolato. Elegante nella postura, incontenibile nella progressione, Johan Cruijff non correva, danzava e in quei frangenti, dalla palla ai compagni, per arrivare agli avversari, tutto sembrava essere sotto il suo controllo, tutto pareva dipendere da lui, perché il piede era magico, magnetico e la visione di gioco lucida, imprevedibile, divinatoria.

Continue reading “Johan Cruijff, il Dio del calcio vestito da profeta”

Maria Sharapova, dalla Siberia all’Olimpo

Il regista Jacques Feyder ha raccontato che durante le riprese di ”Il bacio”, tutte le mattine alle 9, incaricava un assistente di andare a chiamare Greta Garbo e, tutte le volte, una voce alle sue spalle replicava: “Sono qui”. Nessuno riusciva a capire da dove fosse entrata ma lei era sempre lì, puntuale. Seppur dovendosi accontentare di un Oscar alla carriera, tra l’altro mai ritirato, la Garbo è considerata una leggenda e tuttora, a 77 anni dal suo addio alle scene, a 28 dalla sua scomparsa, il suo nome è sinonimo di cinema. Greta Garboda svedese errante’ a ‘divina’, una bellezza algida, quasi asessuata, un talento cristallino; virtù che si irradiano in pochissime persone. Maria Sharapova è una di queste, splendide, inaccessibili creature e quando il 9 giugno 2012, dall’alto della sua sublime eleganza si è ritrovata in mano un biglietto di sola andata per entrare nella storia del tennis, puntualmente lo ha riscosso. Ne era consapevole Maria, quando fasciata in un raffinato completino nero si è lasciata cadere in ginocchio sulla terra battuta del Court Philippe Chatrier, mentre con le mani si è coperta il viso, come già aveva fatto in altre tre momenti cruciali della sua carriera; sotto il sole incandescente di Melbourne nel 2008, in una fresca serata newyorkese di fine settembre nel 2006 e il 5 luglio del 2004 quando, appena 17enne, con i suoi colpi devastanti a 105 decibel, ha infranto il silenzio dei sacri campi di Wimbledon.

Continue reading “Maria Sharapova, dalla Siberia all’Olimpo”

Jacques Anquetil, il sultano emerso dal buio

Indisponente, altezzoso, egoista, totalmente mancante di una qualsiasi forma di empatia, costantemente concentrato sui propri obiettivi. Quando saliva in sella a una bicicletta però, diventava perfetto, persino troppo. Mai un errore, mai una sbavatura, mai un cedimento, mai un’emozione. Jacques Anquetil era un uomo programmato per vincere. Il mito dell’imbattibilità che accompagnava le sue prove a cronometro, la grazia, l’eleganza, la compostezza che lo contraddistinguevano, quel suo procedere solitario, indifferente, mai un’oscillazione delle spalle, mai uno sbandamento, quasi non avvertisse lo sforzo, spinsero il mondo a credere che avrebbe potuto pedalare con una coppa piena di champagne posata sulla schiena senza che una sola goccia si versasse durante la corsa. Questo, come fosse la cosa più naturale, più ordinaria, più semplice e priva di un significato proprio. Questo perché Jacques Anquetil non dava spettacolo. Jacques Anquetil scriveva la storia.

Continue reading “Jacques Anquetil, il sultano emerso dal buio”

Quanto conta il Dottor Frankenstein?

Nel tennis i coach sono importantissimi, fondamentali, nel bene quanto nel male; eppure, a volte, non servono a niente, non sono in grado né di migliorare, né di peggiorare la situazione. Dove iniziano e dove finiscono i meriti di un coach? Le sue responsabilità? In cosa consistono il suo fallimento? Questa sorta di ”Dottor Frankenstein”, principale luminare di un team composto da altre figure professionali – dal preparatore atletico al fisioterapista, dal palleggiatore al mental coach al nutrizionista – quanto influisce nei trionfi o nelle cadute di un giocatore o di una giocatrice di tennis? È il coach a dover entrare nell’universo del suo assistito affinché si stabilisca il prima possibile un rapporto di complicità? Oppure è il giocatore a doversi adattare ai ritmi della nuova guida? I piccoli compromessi sono consentiti, oppure l’arte della mediazione non può essere contemplata?

Continue reading “Quanto conta il Dottor Frankenstein?”

Ayrton Senna, il messaggero tra cielo e terra

L’equinozio di primavera è legato ai miti della rinascita perché, laddove la notte dura quanto il giorno, vi si annuncia la vittoria della luce sulle tenebre, del bene sul male, della vita sulla morte. E così, in primavera, mentre la natura rifiorisce, l’essere umano si rigenera, trae energia dalla freschezza dell’aria, dallo sboccare dei fiori, dai colori che lo avvolgono, per guidarlo lungo un nuovo percorso, verso nuovi orizzonti, affinché lasci un segno nel mondo. Forse non è un caso che il poema di Ayrton Senna abbia visto la luce insieme alla primavera del 1960 proprio in Brasile, un paese dove, a partire dalla bandiera enfatizza le ricchezze naturali che lo contraddistinguono: l’esuberante foresta Amazzonica nel verde, le riserve d’oro nel giallo al tempo stesso simbolo del sole che ne sovrasta le terre, e un cerchio blu costellato di 27 stelle, come a sancire un patto tra cielo e terra.

Dovrà pur avere un qualche significato, tutto ciò, perché di quel paese Ayrton Senna ne è diventato il figlio prediletto, un messaggero di luce, un eroe. Quasi fosse stato tutto pianificato nei minimi dettagli, sin da bambino. Una vita nel nome del successo, della vittoria. Il talento incommensurabile, la meticolosità nella preparazione, l’ostinato perfezionismo nella messa a punto, la spietatezza di alcune manovre, la costante, maniacale ricerca della prestazione estrema nel disperato tentativo di farla combaciare velocità e freddezza, tangibilità e utopia, ambizione e fede.

Continue reading “Ayrton Senna, il messaggero tra cielo e terra”

La verità, vi prego, su Roger Federer

Alcuni dicono che fa girare il mondo

e altri che è solo un’assurdità…

Ditemi la verità, vi prego, sull’amore

Wystan Hugh Auden

Parafrasando il poeta britannico, viene da domandarselo. La verità, vi prego, su Roger Federer. Lo abbiamo definito in tutti i modi: il re, la leggenda, il divino. Incantati dalla sua classe, rapiti dalla disarmante facilità del gesto, stregati da quel complesso di inimitabile eleganza stilistica che abbiamo grossolanamente ridotto al termine talento, perché ogni suo impatto, così pieno, così corposo, è un colpo al cuore, perché la liricità di alcune soluzioni è un’alternanza sfuggente tra impeto e tenerezza, mentre ogni sua impresa è l’eco di un’iperbole senza fine.

Continue reading “La verità, vi prego, su Roger Federer”

Jim Clark, l’uomo che sconfisse il tempo

«Guidare bene e il più veloce possibile. Il mio obiettivo si riduce a questo, niente di più e niente di meno». Istinto, talento, velocità, classe, una precisione ed una versatilità alla guida che gli permetteva di spingere fino al limite auto differenti tra loro, spesso ostiche per via delle innovazioni che le contraddistingueva ma, dentro al cui abitacolo, egli pareva modellarsi a loro immagine e somiglianza, plasmandosi al punto da cancellare qualsiasi ostilità per ottenere il meglio a cui, divenuti una cosa sola, pilota e vettura potessero ambire. Jim Clark era questo e forse qualcosa di più ancora. Jim Clark era la Lotus, era la creatura prediletta di Colin Chapman, era il simbolo di un’epoca in cui le auto arrivarono ad essere definite bare volanti e di cui ne divenne martire ed eroe privo di tattica, dove la riflessione, il calcolo non risiedeva nella mente bensì nel piede costantemente premuto sull’acceleratore, affinché il margine di vantaggio sugli inseguitori divenisse sempre più abissale; per poter respirare la solitudine dei numeri primi, nella disperata impresa di battere tutto e tutti, persino il tempo.

Continue reading “Jim Clark, l’uomo che sconfisse il tempo”