Kristen Stewart è l’attrice del decennio

Kristen Stewart è stata nominata miglior attrice del decennio dalla Hollywood Critics Association per l’impressionante filmografia che l’ha vista protagonista tra il 2010 e il 2019, in quanto include pellicole di spessore quali “Sils Maria”, “Anesthesia”, “Lizzie”, “Personal Shopper”, “Welcome to the Rileys”, “A Certain Women” e “Still Alice”; blockbuster  come “Twilight”, “American Ultra” e “Biancaneve e il cacciatore”; titoli biografici intensi quanto di nicchia al pari di “The Runaways” o “J.T Leroy”, passando per “On the Road”; film diretti da maestri del calibro di Woody Allen in “Café Society” o Ang Lee in “Billy Lynn- Un giorno da eroe”; senza dimenticare progetti a volte complessi, vedi “Camp X-Ray” o “Equals”; e vere o proprie scommesse di cui è citabile il recente “Charlie’s Angeles”, per arrivare al raffinatissimo “Seberg”. 

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Victoria’s Secret, gli angeli caduti dal paradiso

Correva l’anno 1977 quando il trentenne Roy Raymond, con in mano una laurea conseguita presso la Stanford University, tanti sogni nel cassetto e una moglie amata e bellissima, Gaye; indispettito ogni qual volta entrava in store di lingerie per acquistare qualcosa da regalare alla consorte dove immancabilmente trovava pezzi non di suo gradimento, si fece prestare 40.000$ dai genitori e altrettanti da una banca ed aprì un piccolo negozio di biancheria intima all’interno dello Stanford Shopping Center di San Francisco. Decise di chiamarlo Victoria’s Secret. Nell’arco di un anno guadagnò 500.000 dollari. Questo successo lo ingolosì tanto da finanziare l’apertura altri quattro store, estesi a sei dopo una manciata di stagioni, e offrire un servizio di spedizione, arrivando a fatturare 6.000.000 di dollari annuali. Al che, mollò tutto, vendette il marchio a Leslie Wexner e, da quel momento, non ne azzeccò più una, a partire dalla bancarotta segnata dalla sua società, la “My Child’s Destiny”, fino al suicidio, avvenuto nell’agosto del 1993 quando si buttò dal Golden Gate Bridge.

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Met Gala 2019, un sogno lungo una notte

Il Met Gala. Tecnicamente un evento di beneficenza a favore del The Costume Institute, che si tiene ogni primo lunedì di maggio presso il Metropolitan Museum of Art di New York. Padrona assoluta di casa è sua maestà Anne Wintour, onnipotente direttrice di Vogue che, insieme al curatore Andrew Bolton, ha scelto come tema annuale il “camp”, ossia un concetto tanto esteso quanto difficile da definire con precisione. Un po’ come è complesso da classificare tutto ciò che ruota intorno al mondo della moda, del cinema, di Hollywood e del Met stesso, considerato non a caso una sorta di “serata degli Oscar della costa orientale”. Ad ogni modo, esiste un testo di riferimento, ossia l’omonimo saggio di Susan Sontag, pubblicato sulla rivista Partisan Review nel lontano 1964. Giusto per facilitare le cose, la categoria del “camp” abbraccia universi estetici lontani fra di loro,avendo però come punto in comune il “principio della contraddizione”. Insomma si parla di tutto e del contrario di tutto, seppure tutto converge tra le braccia di un messaggio visivo eccentrico, esagerato, artificioso, possibilmente molto, molto snob. Certo, la serata non è per tutti. Chi è senza invito – e la lista è lunga – deve metter mano al portafoglio: 25,000 $ per un ticket, quanto al tavolo, indispensabile per partecipare al party, il prezzo varia dai 75,000 $ ai 250,000 $. 

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