Coco Chanel, la donna che si impose sul destino

Quando nacque la sua seconda figlia, Albert stava girovagando, di mercato in mercato, tra i paesini incastonati sui monti dell’Alvernia, dove la natura domina tutto, tra picchi montuosi, foreste, laghi e persino qualche massiccio vulcanico i cui crateri profondi sono testimoni delle violente collere di un tempo. Schiacciato non solo dalla potenza di quei paesaggi, Albert era un uomo sconfitto dalla vita: già padre di una bambina; si era venduto a Eugénie Devolle, detta Jeanne, quale commerciante anziché ambulante di biancheria intima e quella menzogna più o meno innocente si trasfigurò in avidità quando i genitori della ragazza gli offrirono una somma di denaro affinché la sposasse per evitare lo scandalo di due figlie “senza padre”. La realtà prese forma attraverso la perenne assenza dell’uomo e la necessità della donna di lavorare, nonostante la salute cagionevole, come lavandaia presso l’ospedale di beneficenza gestito dalle Sorelle della Provvidenza a Saumur. E fu lì, in una misera abitazione adiacente all’ospizio dei poveri che il 19 agosto del 1883 Jeanne diede alla luce Gabrielle. Troppo debole per presenziare alla registrazione della bambina, all’anagrafe storpiarono il cognome di Gabrielle in “Chasnel”. Un errore a cui nessuno pensò di rimediare, almeno finché Gabrielle non divenne Coco; al che, quel “Chasnel”, venne corretto in Chanel.

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L’ingrediente segreto di Angelique Kerber

Chissà come l’avrà presa Slawomik Kerber quando, compiuti dodici anni, la figlia Angelique era indecisa se concentrarsi sul tennis o sul nuoto, sport quest’ultimo, nel quale dimostrava uno spiccato talento. Di certo il signor Kerber, ex tennista, che ha iniziato la figlia sui campi in terra rossa di un Circolo di Brema quando aveva solo tre anni, deve aver tirato un bel sospirone di sollievo quando Angie ha optato per le orme paterne. Non è da escludere che tra i motivi che spinsero Slawomik Kerber a emigrare dalla Polonia alla Germania, ci fosse in primo luogo quello di consentire alla sua erede di nascere in un Paese dove il tennis stava eguagliando in popolarità crauti e salsicce; di sicuro non gli era sfuggito che seppure Angelique Kerber non poteva essere considerata un purosangue della racchetta, celava in se’ quel fuoco capace di bruciare qualsiasi limite tecnico cucitole addosso da madre natura.

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Roman Polanski, l’uomo braccato dalla morte

«La morte raggiunge anche l’uomo che fugge»; scrisse Orazio. Eppure, la fuga, sia essa per scelta o imposizione, è uno tra gli espedienti narrativi più inflazionati, più abusati; e questo perché è essa stessa metafora; in quanto una fuga chiude un ciclo, prefigura nuovi orizzonti, delinea un punto interrogativo, spesso destinato a rimanere irrisolto. Ryszard Liebling, scultore e pittore polacco di origine ebraica, e la moglie Bula Katz-Przedborska, una casalinga russa anch’ella di famiglia ebraica seppur convertitasi al cristianesimo quando aveva dieci anni; fuggirono dalla Polonia all’alba degli anni ’30 per cercare fortuna in Francia. Si lasciarono la miseria alle spalle e il 18 agosto del 1933 Bula diede alla luce Rajmund Roman Liebling. Non fecero in tempo a farsi accettare in una Parigi tutto sommato ostile che, tempo tre anni, il crescente antisemitismo diffusosi, persuase i coniugi a fare ritorno a Cracovia. Non bastò. L’invasione nazista determinò l’internamento della famiglia Liebling nel ghetto della città a cui seguì la deportazione di Bula nel campo di sterminio di Auschwitz e quella di Ryszard a Mauthausen; seppure non prima di organizzare il salvataggio del figlio versando una consistente somma di denaro a una famiglia cattolica che avrebbe dovuto dargli rifugio. Quel bambino, presentato come Roman Polanski, venne poi ceduto a dei contadini cattolici presso i quali rimase fino alla liberazione della Polonia. Era il 1 agosto del 1944. Sua madre non c’era più, mentre suo padre sarebbe tornato, seppur irrimediabilmente cambiato, come d’altronde, cambiato lo era Roman, non più bambino da tempo, eppure non ancora uomo, bensì un’ombra braccata dalla morte.

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Fino alla fine del mondo

Bernardo di Turingia fu il primo profeta ad aver fissato la fine del mondo all’anno 992. In molti credettero alla profezia, tanto da cercare rifugio nelle montagne più alte dei dintorni. Il mondo però non finì e quando nel 1665 un’epidemia di peste colpì l’Inghilterra provocando circa 100.000 vittime Solomon Eccles, quacchero, proclamò che l’ondata era il segno della fine dei tempi. A far cessare la peste e a scongiurare il peggio bastò un incendio che devastò Londra. È il 1932 quando l’egittologo George Riffert analizza le dimensioni della Piramide di Cheope e afferma che il mondo finirà il 6 settembre 1936. Accortosi che non era finito nulla, stabilisce una nuova data: il 20 agosto 1954. Niente da fare. È la volta del 1992: a dirlo è un sacerdote sud coreano, Lee Jang Lim; tutti spacciati, tranne chi fosse corso in banca, avesse prelevato i propri soldi per donarli alla Chiesa Missionaria di Tami. Rientrato il pericolo, ecco che si avvicina la Profezia di Michel de Notre-Dame, noto come Nostradamus che, in merito al 1999 aveva vaticinato: “mille e non più mille“. Un altro flop. A nuovo millennio in corso qualche irriducibile catastrofista è andato a rispolverare una credenza Maya la quale prevedeva un evento di natura imprecisata e di proporzioni immani, capace di trasformare drasticamente l’umanità in data 21 dicembre 2012. Ad ogni modo, per ora, il mondo è ancora qui. Ma se avessimo la certezza che in una “data x” il nostro pianeta si oscurasse per davvero? Se così fosse e, mettiamo, potessimo contare su un’immaginaria Arca di Noè a posti limitati, capace di ospitare alcuni campioni del tennis; chi faremmo salire a bordo? Chi metteremmo in salvo affinché le nuove forme di vita potessero accarezzare le memorie che avevano emozionato il precedentemente estinto genere umano?

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Amedeo Modigliani, il pittore che spogliava l’anima

Tutto ebbe inizio di profilo, quasi bastasse una metà per delineare un volto; poi i modelli ritratti iniziarono a mostrarsi all’osservatore e, fossero essi a mezzo busto o a figura intera, lo scopo era quello di trasmettere il potere che erano in grado di esercitare, il lusso che potevano sfoggiare, la bellezza che avevano ricevuto in dono; così come gli scenari retrostanti, a poco a poco avrebbero contribuito ad arricchire l’opera, fornendo spunti a volte allegorici, più di frequente contestualizzati. Se i simbolisti mai abusarono dei ritratti, quasi che il volto fosse un mezzo incapace di celare in sé metafore degne d’attenzione, agli inizi del ‘900 un uomo si immerse nel mondo interiore dei propri soggetti, attraversò confini sconosciuti, per lì inabissarsi con il suo stile febbrile, impetuoso, passionale. Sospesi in un’atmosfera misteriosa, circondati da ambientazioni prive di valore, i visi e i colli allungati, le labbra increspate, gli occhi vuoti, Amedeo Modigliani ha impresso sulle sue tele ciò che era posato, nascosto, al di là del ritratto, lasciando le figure terrene spogliate della propria anima.

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Wimbledon, il cimitero dei campioni e altre leggende

Quattro porte ha Damasco 

Mistero Solitudine Disinganno Paura.

Non varcarle, o viandante, e mai cantando. 

Non conosci il silenzio di quei luoghi 

dove gli uccelli sono tutti morti

ma s’ode ancora un trillo?

James Elroy Flecker

Wimbledon. Semplice da pronunciare, ma non troppo, a pensarci bene. Wimble-den. La cadenza troppo british ti fa sorgere il dubbio se sia proprio quello il posto dove si disputa il torneo di tennis. Poi c’é dell’altro, molto altro. Perché ecco, a Melbourne Park ci si riflette quasi sul fiume Yarra e l’efficenza aussie si sposa a meraviglia con il distretto finanziario che si estende a pochi passi, in termini di yards s’intende, mentre nel quartiere d’Auteuil si respira Parigi tanto che basta arrampicarsi in cima alla terza categoria del Philippe Chatrier per distinguere la Torre Eiffel, non parliamo poi di Flushing Meadows, il parco di 500 ettari creato sulla valle di ceneri descritta da Francis Scott Fitzgerald in Il Grande Gatsby, dove nonostante tutto ti senti accartocciato nel ventre di New York. A Wimbledon invece… Non sei propriamente a Londra. Soprattutto nei giorni precedenti il torneo, prima che il delirio si impossessi degli appassionati del nobil gioco, gente pronta a tutto, come accettare la possibilità di essere sorteggiati di anno in anno in occasione della lotteria ufficiale per avere un biglietto tra le mani, colpo di fortuna che difficilmente si avvererà, quindi uomini e donne di ogni età, provvisti dell’indispensabile queue card, disposti a fissare per quattro, cinque ore, la nuca dell’individuo che lo precede pur di avere la meglio sulla mitologica queue, magari dopo aver campeggiato all’addiaccio.

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Le resurrezioni di Stanley Spencer

Cookham è un grazioso villaggio di circa 5000 anime adagiato nel lato nord orientale del Berkshire. Lambito dalle acque pacifiche del Tamigi, la splendida vista di cui si può godere da una collinetta che si staglia a est, mentre alle proprie spalle si estendono i boschi che conducono a Cliveden, trasmette la quiete, l’armonia, la pace riconducibili a quei luoghi silenziosi, eterei, quasi fossero sollevati da una qualsiasi forma di orrore. Non a caso Stanley Spencer vide il suo villaggio natale come un paradiso in cui tutto era investito di significato mistico e ispirandosi a quei luoghi adattò scene bibliche raffigurando i compaesani come personaggi del Vangelo. Ma se pochi anni dopo la guerra sfiorò appena il suo paese, la ferocia del conflitto non risparmiò l’artista che nel 1926 dipinse l’inquietante “The Resurrection Cookham” – opera monumentale di 2 metri e 743 cm x 5 metri e 486 cm – in cui gli abitanti di Cookham, compresi l’artista e i suoi familiari, escono dalle loro tombe e si spingono nelle strade, andando incontro a Dio, trasfigurando una speranza di risurrezione dei morti, in contrasto con gli inganni e le crudeltà a cui si è destinati assistere in vita.

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Agnieszka Radwanska, la tessitrice arcaica

Agnieszka Radwanskala professoressa”. Agnieszka “la tessitrice”. Aga “la maga”. In un circuito ormai irrimediabilmente contrassegnato da un tennis che si limita a far leva sulla potenza esasperatamente monocorde e fine a se’ stessa, rattristato, per non dire offeso da una schiera sempre più folta di giocatrici fotocopia, talmente mono-tematiche da non riuscire a distinguerle l’una dall’altra, figurarsi ad affibbiare loro un appellativo in grado di valorizzarle; la polacca può contare su diversi nickname. Come una “professoressa”, Agnieszka Radwanska disegna con autorità geometrie soffuse, tese alla ricerca di angoli velenosi, di traiettorie destabilizzanti, avvalorate da un acume tattico secondo solo alla leggerezza con cui danza sul campo. Con lo sguardo impenetrabile, paziente, pignolo di una “tessitrice”; Agnieszka imbastisce la sua tela sulle note di una nenia arcana, che finisce con l’avvolgere le ignare avversarie, fino a soffocarle. Finché Abracadabra non di rado Aga si improvvisa “maga”; ed eccola dar vita a quel colpo che non ti aspetti, a quella soluzione che mette in discussione tutto, a quel tocco che confonde, stravolge, incanta.

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Gli strazianti abissi di Egon Schiele

La crisi delle certezze, il desiderio di stabilire la natura, i passaggi, i meccanismi che regolano i principi fondamentali dell’esistenza umana, di stracciare convenzioni, schemi sociali, ma ancor più mentali che partono da dentro, si potrebbe osare dire dall’anima. La fine del ‘800 e l’inizio del ‘900 ha assunto la forma di un solco profondo, una spaccatura bramata con avidità, insinuatasi tra la realizzazione di un positivismo sfociato nella rivoluzione industriale, gli aliti decadenti, nostalgici, della Belle Époque e forme di avanguardia che ambivano a un categorico superamento della tradizione, delle istanze classiche. È tra le venature di questo clima, dove la sessualità, l’inconscio e il sogno, entrano prepotentemente in opere letterarie, in saggi e dipinti che Egon Schiele nasce il 12 giugno del 1890 in una stazione ferroviaria a Tulln, una cittadina nei pressi di Vienna dove il padre prestava servizio come capostazione. 

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Bjorn Borg, l’innovatore venuto dal ghiaccio

Fu prima di tutto un innovatore, Bjorn Borg. Impose standard tecnico-atletici all’epoca sconosciuti, impensabili. Fu il primo a colpire la palla dal basso verso l’alto, conferendole il cosiddetto effetto in top-spin, mediante una rotazione del polso. Prima di lui nessuno aveva dedicato tanto tempo allo studio della preparazione fisica, aveva riconosciuto nel binomio velocità-resistenza un aspetto basilare nella costruzione del campione che sarebbe diventato. Senza volerlo, aprì la strada a una serie di “regolaristi” o “contro-attaccanti” destinati nel tempo a invadere il circuito affidando alla tenuta fisica e alla costanza nel palleggio insidie ancor più incisive dal tentare una conclusione vincente. Ad ogni modo, la sua apoteosi avrebbe trovato una spiegazione plausibile nella solidità mentale che giunse a delinearne ogni sua scelta di gioco, forse persino i tratti. Non solo. Lo svedese è stato il primo divo a essersi affacciato sui campi da tennis. Particolarmente attento al proprio aspetto ha lanciato il look sciamanico caratterizzato da capelli lunghi, lisci e apparentemente incolti, uniti a barba e baffi appena pronunciati. Divenuto un Dio, si scoprì mortale all’improvviso. A perderne fu il tennis, l’uomo e la storia stessa.

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