Tennis, il tormento e l’estasi

Che a tennis si utilizzi una racchetta e che lo scopo del gioco sia mandare la pallina nella metà campo opposta ormai lo sanno tutti, appassionati e non. Così come è di pubblico dominio che il campo è delimitato da righe in base al tipo di incontro, singolo o doppio, e che il punto viene conquistato quando l’avversario o non rimanda la pallina prima del secondo rimbalzo, o non riesce a farla passare sopra alla rete. Più ostico è semmai il frasario. Tante espressioni britanniche sono entrate nel linguaggio comune, ma una serie di termini quali ‘tie-break’, ‘top spin’, ‘demi volée’, ‘smash’, ‘ace’, ‘net’; può mandare nel panico un neofita. Per non parlare dei numeri utilizzati per stabilire il punteggio e i conseguenti, ‘game’, ‘set’, ‘match’.

Non è tutto, anzi, siamo solo all’inizio. Perché il tennis è probabilmente lo sport più complesso del mondo. A partire dalla tecnica da applicare a un notevole numero di colpi, che prevedono a loro volta una tattica. E che essa sia la più intelligente possibile. Colpi che interagiscono costantemente con la componente atletica, la quale comprende in sé forza, resistenza alla fatica, agilità, coordinazione, prontezza di riflessi. Dote, quest’ultima, che si trova al confine con il fattore mentale. E qui siamo al dulcis in fundo: la testa, la determinazione, la capacità di concentrazione, lo spirito di abnegazione. Il tennis è tutto questo. E altro ancora.

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Memorie di Adriano

Mario Belardinelli, credeva negli astri. Lui per primo vide in me una scintilla.  Lo chiamano talento, lui la definiva luce, cenere soffiata dalle stelle. Ma non solo. Un qualcosa di indomabile e selvaggio, una pazzia sedata. Mi guardava, mi scrutava, leggendomi dentro, attraversandomi, capendomi oltre. Mario Belardinelli, un maestro di tennis e di vita.

Mi indicava gli astri, il mio maestro. Mi insegnava a catturarne il riflesso. «Guarda gli astri Adriano, comprendili».

Correva l’anno 1976. Imperatore sia a Roma che a Parigi, questo sono stato, tanto ho potuto. A dicembre a Santiago del Cile, il cielo è quasi privo di stelle. «Guarda in campo Adriano, ci sei tu, tu sei la stella».

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