L’Odissea di Jennifer delle meraviglia

«Ci sono molte analogie nelle nostre vite anche se tu  hai vinto molto più di me. Abbiamo affrontato sfide dure; sia in campo che fuori. Siamo arrivate ai vertici dovendo gestire grandissime pressioni e aspettative, non una ma due volte. Non solo siamo diventate delle campionesse, ma credo che abbiamo avuto una parte fondamentale nel trasformare il tennis in quello che è oggi. Abbiamo lottato duro l’una contro l’altra, ma guarda dove siamo adesso. Nelle nostre vite di tenniste si è chiuso un cerchio però siamo di nuovo insieme con un enorme rispetto, ognuna accanto all’altra, anche adesso che è tutto finito». È il 14 luglio 2012 e, nel giorno del suo “insediamento” nella International Tennis Hall of Fame, le prime parole che pronuncia Jennifer Capriati sono rivolte alla donna che l’ha invitata poco prima a salire sul palco, alla campionessa insieme a cui ha diviso e condiviso una ventina d’anni di tennis, tra esordi, ritiri e ritorni: Monica Seles. Dal primo match che le vide opposte, la semifinale del Roland Garros 1990, quando Jennifer aveva da poco compiuto quattordici anni e Monica Seles, che ne aveva solamente tre in più, la sconfisse 6-2 6-2; per passare al luglio del 1991  quando a San Diego la statunitense vinse il suo secondo titolo WTA battendo per la prima volta la belva di Novi Sad 7-6 al terzo; per soffermarsi al settembre dello stesso anno, alla semifinale dell’US Open quando ci volle un altro 7-6 nel set decisivo per decretare la finalista, e quella volta fu Monica a spuntarla; e poi via, via a contendersi tornei e posti al sole, fino all’ultimo match ufficiale, in quella semifinale di Miami del 2002, quando nemmeno a dirlo fu sempre un 7-6 al terzo a decidere la sorte del match, dando ragione a Jennifer.

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Thomas Johansson, l’ammazzarussi

Melbourne, 27 gennaio 2002. È un lob accarezzato da Marat Safin e svanito di un soffio oltre la riga di fondo campo il punto che coincide con l’apice della carriera di Thomas Johansson. 3-6 6-4 6-4 7-6 il lasciapassare attraverso cui l’allora ventisettenne di Linkoping è entrato nella storia dell’Australian Open, terzo svedese dopo Stefan Edberg e il suo idolo d’infanzia Mats Wilander. Affinché si aprissero i cancelli dell’Olimpo, al di là della cui inferriate dimorano gli ammessi al Club dei vincitori di una prova dello Slam, Thomas Johansson si è affidato ai proverbiali nervi saldi, all’impeccabile lucidità mentale, ai fondamentali solidi che da sempre hanno sostenuto il suo tennis lineare, avvalorato a tratti da quel pizzico di coraggio che a Melbourne sempre lo ha sostenuto, sospingendolo verso e attraverso quella che appariva una finale già scritta nella cabala in quanto gli dei del tennis gli avevano offerto in dono il figlio prediletto di quel paese, la Madre Russia, spesso costretta a piegarsi al suo cospetto.

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Hana Mandlikova, talento senza confini

Milano. Tennis Club Ambrosiano. È il giugno del 1977 quando Hana Mandlikova, una quindicenne cecoslovacca, dal tennis spumeggiante, il fisico asciutto e il carattere introverso, vince una delle più importanti competizioni riservate al tennis juniores, il Torneo Avvenire. Una trentina d’anni dopo, un socio del Circolo  Tennis milanese che ebbe modo di veder giocare la giovane Mandlikova la descrisse come: «Un talento senza confini. Qualcosa di simile non lo avevo mai visto prima. E non l’ho rivisto mai più». Si dice che quando Stendhal visitò la chiesa di Santa Croce a Firenze rimase così stravolto dalla sua bellezza che accusò palpitazioni, vertigini e giramenti di testa. Da qui il nome della Sindrome. L’azzimato sessantenne, tesserato per lo splendido Circolo Tennis  che si estende ai confini del parco Lambro, non si trattenne dal confidare che: «Se mai in vita mia ho vissuto una Sindrome di Stendhal è stato quando ho visto giocare Hana Mandlikova».

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Evgeny Kafelnikov, il principe delle ombre

La celebre frase di Sir Wiston Churchill, quando definì le intenzioni della Russia dopo la spartizione militare della Polonia con la Germania hitleriana, «un indovinello avvolto in un mistero all’interno di un enigma», fatte le debite proporzioni; pare combaciare in tutta la sua sinistra perfezione con l’indole indecifrabile, che ha determinato irrimediabilmente l’irrazionale coesistenza di trionfi e cadute, nel campo come nella vita, di Evgeny Kafelnikov. Nato a Sochi, il 18 febbraio del 1974; seppure alla nascita pesasse ben 5kg e 100 gr. quando il padre Aleksandr lo accompagna per la prima volto al Riviera Park, un Circolo Tennis immerso in un bellissimo parco della città, Evgeny ha cinque anni ed è talmente gracile che il maestro a cui viene affidato, tale Peschanko, si chiede come faccia a reggere la racchetta. Eppure, oltre ad avere la forza per tener ben salda l’arma del mestiere, sembra possere pure una dimestichezza tale da consentirgli di piazzare la pallina dove vuole. È però sotto alla rigida guida di Valeriy Shishkin che Evgeny inizia a domare  sempre più traiettorie, impreziosendole a poco poco di quella forza, di quell’aggressività che, in perenne contrasto con i gesti aggraziati, diventeranno le colonne portanti del suo gioco fondato su una potenza mai banale in quanto, agile, dinamica. Quando si affaccia nel Circuito Juniors, dominando insieme ad Andrei Medvedev i Campionati Europei e la Sunshine Cup, Kafelnikov è un quattordicenne affusolato, il cui volto pallido, lo sguardo impenetrabile e il portamento dignitoso gli donano un’inconsueta aria aristocratica.

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Don Budge, l’uragano che devastò il tennis

Correva l’anno 1938 quando sul tramonto di un mite 19 settembre un’imbarcazione che viaggiava a nord-ovest di Portorico segnalò all’ufficio metereologico di Jacksonville, in Florida, la formazione di un uragano sull’Atlantico. In quei giorni a New York un ventitreenne californiano di origini scozzesi, tale Donald Budge, stava inseguendo un sogno: realizzare il Grande Slam. L’improvvisa deviazione da parte dell’uragano provocò un sospiro di sollievo negli abitanti di Miami, ma la tempesta non prese la via prevista dai metereologi, ossia verso est in pieno Oceano, ed il 21 settembre si abbatté su Long Island con onde alte fino a 12 metri, rese ancora più micidiali dal vento capace di toccare i 200 km/h. In realtà su New York pioveva già da quattro giorni che sommati alla catastrofe provocarono la sospensione degli U.S National International fino al 23 settembre. Solo allora Don Budge poté tornare a calcare i campi di una desolata Forest Hills per sconfiggere in semifinale con un triplo 6-3 il connazionale Sidney Wood. Il giorno dopo si sarebbe arreso anche il suo migliore amico, quel Gene Malko che quando vide sfilare l’ultimo 15 corse incontro al fenomeno che lo aveva battuto con il punteggio di 6-3 6-8 6-2 6-1. «Era l’unico al mondo che comprendeva veramente cosa avevo appena fatto»; avrebbe raccontato in seguito il primo uomo capace di vincere nello stesso anno Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open. Perché sì, un uragano lo era pure Don Budge.

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Il codice di Lucie Safarova

«È stata una grande battaglia, mi complimento con la mia avversaria perché ha meritato di vincere, la prossima volta andrà meglio!». Quante volte abbiamo letto queste parole scritte da Lucie Safarova sulla sua pagina facebook, in un tweet o in calce a una foto pubblicata su instagram. Co-protagonista di innumerevoli match epici, spesso destinati a svalicare le tre ore e mezzo di gioco e regolarmente scanditi da capovolgimenti di fronte degni della penna del miglior Alfred Hitchcock, il più delle volte ad uscire confitta dal campo è stata Lucie Safarova; eppure nel momento di andare a stringere la mano all’avversaria che l’aveva appena battuta mai ha lesinato un sorriso, mai si è negata a un abbraccio.

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Chris Evert, la donna che ha fatto innamorare l’America

«Ho sempre giocato per vincere. Perdere mi feriva. Sono sempre stata determinata nel voler essere la migliore». L’inclinazione di Chris Evert nei confronti del tennis agonistico non lascia spazio all’interpretazione. Lo stesso vale per i numeri che è riuscita a produrre nell’arco della sua carriera. Chris Evert ha vinto oltre il 90% delle gare disputate: 1304 su 1448; detiene un record di 125 vittorie consecutive sulla terra rossa, dove rimase imbattuta dal 1973 al 1979; e ha conquistato almeno una prova dello Slam per tredici anni consecutivi, dal 1974 al 1986. Le statistiche che riguardano i risultati negli slam sono impressionanti: su 56 partecipazioni ha raggiunto 52 volte le semifinali, 34 volte la finale e ha trionfato in 18 occasioni.

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Doris Hart, la signora dei tris

Da bravo fratello maggiore Bud Hart ha sempre avuto a cuore la sua sorellina; ragione in più che, ad appena dieci anni le viene diagnosticata una grave osteomelite al ginocchio destro; un’infezione che colpisce sia l’apparato osseo che la cavità midollare. In famiglia imperversa la preoccupazione, tra l’altro un medico mette al corrente i genitori di come nel tempo la malattia potrebbe degenerare fino a rendere necessaria l’amputazione dell’arto. Per questo motivo mamma e papà pensano che quell’impedimento spronerà la figlia a dare il meglio di se’ riversandosi nello studio. Bud però non è dello stesso parere, ritiene che un po’ di sport, se fatto con moderazione, potrebbe farle un gran bene. E così, di nascosto dai genitori, le procura una racchetta e la porta con se’ al circolo tennis che è solito frequentare a Saint Louis. Di lì a sei mesi Doris si ristabilisce, dopo due anni inizia a batterlo con regolarità. Quella bambina, Doris Hart, sarebbe diventata una delle tenniste più vincenti tra la fine degli anni ’40 e la prima metà degli anni ’50.

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Sara Errani e Roberta Vinci, fine di una storia

La bad news circolava da giorni, eppure quando è stata ufficializzata nessuno è potuto dirsi veramente preparato. Sara Errani e Roberta Vinci, la coppia n.1 del mondo di specialità, due campionesse capaci di conquistare cinque titoli slam, due ragazze unite da quella che era considerata un’amicizia inossidabile, si sono separate. Lo hanno reso pubblico tramite un comunicato diramato dalla WTA in cui spiegano di aver investito moltissime energie per rendere vincente il loro tandem, in cui alludono a nuove strade da intraprendere, a nuovi traguardi da tagliare, seppure non più insieme. Il doppio, spesso criticato in quanto giudicato “poco accattivante per il pubblico”, sminuito del proprio valore al punto che John McEnroe ne ha provocatoriamente proposto l’abolizione, giudicato persino “scomodo” in quanto chi vuole intraprendere una carriera da singolarista deve per forza di cose destreggiarsi tra orari di gioco e dispendi di energie extra; dopo lo scioglimento delle “maestre” Su-wei Hsieh e Shuai Peng, dopo le armi (quasi) deposte dalla leggendaria Cara Black, questa disciplina tanto discussa,  subisce l’ennesima “mazzata”, la fine della coppia che guardava tutte le altre dall’alto, quella da battere, quella che dopo tanti successi in questo avvio di stagione tanto, troppo spesso era stata battuta, ma che la si considerava sempre pronta a risorgere, a riacquistare la dimensione del loro rango, finché si è abbattuta con le proprie mani.

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Lindsay Davenport, una potenza calibrata

Come qualsiasi adolescente cresciuto nel paese che pare essere in grado di garantire a ogni suo cittadino almeno 15 minuti di notorietà, anche Lindsay Davenport quando si interrogava sul proprio futuro, avrà sicuramente fatto una serie di voli pindarici. Nata a Palos Verdes, l’8 giugno del 1976, figlia di un ex membro della rappresentativa Olimpica statunitense di pallavolo del 1968, un fisico destinato a sfiorare il metro e 90 centimetri di altezza per un peso di 80 kg; almeno fino ai quattordici anni, Lindsay Davenport non avrebbe però mai pensato che, a distanza di ventiquattro anni, sarebbe stata accolta nella Hall of Fame; il tempio in cui le gesta dei più grandi tennisti di sempre risplendono per l’eternità.

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