Ayrton Senna, il messaggero tra cielo e terra

L’equinozio di primavera è legato ai miti della rinascita perché, laddove la notte dura quanto il giorno, vi si annuncia la vittoria della luce sulle tenebre, del bene sul male, della vita sulla morte. E così, in primavera, mentre la natura rifiorisce, l’essere umano si rigenera, trae energia dalla freschezza dell’aria, dallo sboccare dei fiori, dai colori che lo avvolgono, per guidarlo lungo un nuovo percorso, verso nuovi orizzonti, affinché lasci un segno nel mondo. Forse non è un caso che il poema di Ayrton Senna abbia visto la luce insieme alla primavera del 1960 proprio in Brasile, un paese dove, a partire dalla bandiera enfatizza le ricchezze naturali che lo contraddistinguono: l’esuberante foresta Amazzonica nel verde, le riserve d’oro nel giallo al tempo stesso simbolo del sole che ne sovrasta le terre, e un cerchio blu costellato di 27 stelle, come a sancire un patto tra cielo e terra.

Dovrà pur avere un qualche significato, tutto ciò, perché di quel paese Ayrton Senna ne è diventato il figlio prediletto, un messaggero di luce, un eroe. Quasi fosse stato tutto pianificato nei minimi dettagli, sin da bambino. Una vita nel nome del successo, della vittoria. Il talento incommensurabile, la meticolosità nella preparazione, l’ostinato perfezionismo nella messa a punto, la spietatezza di alcune manovre, la costante, maniacale ricerca della prestazione estrema nel disperato tentativo di farla combaciare velocità e freddezza, tangibilità e utopia, ambizione e fede.

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