Svetlana Kuznetsova, tra mistica e non luoghi

Il termine mistica o misticismo deriva dal greco antico μυστικός – mystikós – strettamente legato a μυστήριον – mystḕrion – ossia mistero. Parola inflazionata, ricca di sfumature: i greci volevano indicare i misteri propri dei culti iniziatici, i cristiani il percorso di un uomo disposto a rinunciare a sé stesso pur di conoscere la verità, mentre i russi attribuiscono alla mistica la capacità di congiungersi all’assoluto tramite doti ultraterrene di cui Dio ha, senza una logica, ha dotato alcuni esseri umani in quanto, «non ci si eleva, se Dio non ci eleva».

I non luoghi della Russia, quelle distese vaste, estreme, marcate da orizzonti senza fine, che inducono all’introspezione, alla ricerca di sé stessi al di là di sé stessi, sembrano riflettersi, plasmarsi, nella personalità enigmatica di Svetlana Kuznetsova. Cara agli dei del tennis Svetlana lo è sempre stata ma ogni cosa ha un prezzo e se i sacrifici consumati da adolescente in Spagna, lontana dalla madre terra, le hanno permesso di spiccare il volo verso l’US Open ad appena diciannove anni, la ricerca di assoluto in quel congegno complicato quanto prezioso conseguenza del connubio mente-cuore che fa della Kuznetsova giocatrice una creatura inscindibile dallaKuznetsova essere umano”, ha forse preso forma molti anni dopo, nelle cadute, nel rischio costante di rimanere un qualcosa di incastrato nel limbo oscuro in cui era scivolata per lì rimanere sospesa, ai margini di una prospettiva infinita.

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Svetlana Kuznetsova, il capolavoro russo

Nelle opere di Fedor Dostoevskij si distingue un aspetto che supera l’ambientazione, che prevarica il tessuto sociale, finendo con il mettere in secondo piano la storia stessa. Come una luce estemporanea, i dilemmi che animano i personaggi di Dostoevskij si divorano la trama; destabilizzando, circuendo, inquietando, conquistando l’ignaro lettore. Questo perché ancor prima di essere personaggi sono incarnazioni, identità che si scontrano nel palcoscenico dell’anima dove la vittoria e la sconfitta sono intersecate tra loro fino ad annullarsi. Forse non è un caso che il 27 giugno del 1985 Svetlana Kuznetsova sia nata a San Pietroburgo, la città in cui spirò il grande romanziere russo. Forse non è un caso che agli esordi qualcuno la definì il genio di San Pietroburgo, per quel suo modo disarmante di porsi, per quel miscuglio di talento, fragilità e follia che le permise di conquistare New York nel 2004, quando era ancora una diciannovenne timida con l’apparecchio ai denti eppure già entrata nelle grazie degli dei del tennis i quali si sa, sono inclini ad essere sedotti dalle storie fuori dall’ordinario; e in quella russa tutto era straordinario, a partire dai genitori, la madre sei volte campionessa del mondo di ciclismo su pista, il padre allenatore della nazionale sovietica sempre di ciclismo; così come anomala ne fu l’adolescenza strappata alla sua terra per inseguire un sogno, un obiettivo o chissà cosa, forse semplicemente il suo destino in Spagna.

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