Lleyton Hewitt, l’indomabile furore di un eletto

Può essere soddisfatto Lleyton Hewitt, il leone di Adelaide che fece sentire forte il suo ruggito quando era ancora un cucciolo sedicenne e proprio su quel cemento che gli ha dato i natali dove sconfisse in semifinale Andre Agassi per poi andarsi a prendere il titolo sul proprio connazionale Jason Stoltenberg al termine di una battaglia sopita solo dal tie-break decisivo, giusto per offrire un assaggio di cosa doveva aspettarsi il circuito quando di mezzo c’era lui, un terreno in cui il furore avrebbe sempre avuto la meglio sui codici infiocchettati e l’orgoglio avrebbe sempre preceduto una qualsivoglia forma di saggezza; lui, interamente Rusty, privo di un qualsiasi aspetto multiforme, fedele a sé stesso ed alla predestinazione che l’avrebbe accompagnato al di là dei cancelli dell’olimpo nel settembre del 2001, quando rese ancora più caotica New York, e da lì proseguire in una corsa a perdifiato che lo ha eletto il n.1 del mondo più giovane della storia del tennis, verso un secondo slam nel luglio del 2002, in quella che, quanto ad atmosfera, per antonomasia può essere considerato l’antitesi dell’US Open, ossia Wimbledon, rendendo magiche due stagioni sigillate con in testa la corona d’alloro di Maestro.

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Lleyton Hewitt, il leone di Adelaide

«Tutti avevamo capito che aveva qualcosa di speciale». Quando Tony Roche pronuncia queste parole è l’11 gennaio del 1998 e si sta riferendo a un ragazzino biondo che da lì a un mesetto compirà diciassette anni. A osservarlo fuori dal campo da tennis può essere scambiato per uno di quegli adolescenti che, pur praticando un qualche sport di squadra, proprio non riesce a irrobustirsi. Supposizione che però va a scontrarsi con l’atteggiamento, perché negli occhi di quel ragazzo è possibile scorgere una scintilla, un’audacia che solo una disciplina individualista può innescare. A vederlo in campo il quadro si fa chiaro: quel biondino è mosso da un’indomita determinazione, da un ardore che lo sospinge oltre a qualsiasi limite fisico, apparente tra l’altro, perché a livello atletico appare instancabile, ed il suo tennis, per quanto acerbo, attinge linfa proprio da quel qualcosa di speciale”, che gli ha consente nonostante i non ancora 17 anni, di presentarsi al torneo di Adelaide partendo come numero 550 del mondo, di giustiziare Andre Agassi in semifinale, e di imporsi all’ultimo atto sul connazionale Jason Stolteberg. Negli anni avremmo capito tutti che quel “qualcosa” era in verità “tanto di speciale”, che il suo tennis concreto, quei fondamentali che sembrano denudati dal talento cristallino di cui sono depositari i numeri uno, sono in realtà un compendio con la disperata voglia di vincere, con l’indole combattiva, tenace, virile che ha forgiato Lleyton Hewitt. Continue reading “Lleyton Hewitt, il leone di Adelaide”