Nascita dell’impero russo

Le prime tracce di tennis in Russia compaiono verso il 1860 quando a San Pietroburgo vede la luce il San Pietroburgo Cricket Club. Da lì a poco viene introdotto il gioco del lawn tennis; le cui prime menzioni sono verificabili tra le pagine di Anna Karenina, di Lev Tolstoj, pubblicato a puntate tra il 1873 e il 1877. Il grande romanziere stesso era un grande appassionato al punto da farsi costruire un campo in erba nella sua tenuta di Jasnaja Poljana. Introdotto tramite diplomatici e studenti britannici, il tennis venne subito apprezzato dai russi in quanto univa in se’ componenti eleganti ma, allo stesso tempo, sollecitava l’indole competitiva di chi lo praticava. Fu così che nel 1888 venne fondato il primo Circolo Tennis a San Pietroburgo, il Lawn Tennis Club. Verso la fine dell‘800 il lawn tennis si diffuse in diverse città della Russia; da Mosca a Kiev, da Odessa a Taganrog.

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Fino alla fine del mondo

Bernardo di Turingia fu il primo profeta ad aver fissato la fine del mondo all’anno 992. In molti credettero alla profezia, tanto da cercare rifugio nelle montagne più alte dei dintorni. Il mondo però non finì e quando nel 1665 un’epidemia di peste colpì l’Inghilterra provocando circa 100.000 vittime Solomon Eccles, quacchero, proclamò che l’ondata era il segno della fine dei tempi. A far cessare la peste e a scongiurare il peggio bastò un incendio che devastò Londra. È il 1932 quando l’egittologo George Riffert analizza le dimensioni della Piramide di Cheope e afferma che il mondo finirà il 6 settembre 1936. Accortosi che non era finito nulla, stabilisce una nuova data: il 20 agosto 1954. Niente da fare. È la volta del 1992: a dirlo è un sacerdote sud coreano, Lee Jang Lim; tutti spacciati, tranne chi fosse corso in banca, avesse prelevato i propri soldi per donarli alla Chiesa Missionaria di Tami. Rientrato il pericolo, ecco che si avvicina la Profezia di Michel de Notre-Dame, noto come Nostradamus che, in merito al 1999 aveva vaticinato: “mille e non più mille“. Un altro flop. A nuovo millennio in corso qualche irriducibile catastrofista è andato a rispolverare una credenza Maya la quale prevedeva un evento di natura imprecisata e di proporzioni immani, capace di trasformare drasticamente l’umanità in data 21 dicembre 2012. Ad ogni modo, per ora, il mondo è ancora qui. Ma se avessimo la certezza che in una “data x” il nostro pianeta si oscurasse per davvero? Se così fosse e, mettiamo, potessimo contare su un’immaginaria Arca di Noè a posti limitati, capace di ospitare alcuni campioni del tennis; chi faremmo salire a bordo? Chi metteremmo in salvo affinché le nuove forme di vita potessero accarezzare le memorie che avevano emozionato il precedentemente estinto genere umano?

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Maria Sharapova, dalla Siberia all’Olimpo

Il regista Jacques Feyder ha raccontato che durante le riprese di ”Il bacio”, tutte le mattine alle 9, incaricava un assistente di andare a chiamare Greta Garbo e, tutte le volte, una voce alle sue spalle replicava: “Sono qui”. Nessuno riusciva a capire da dove fosse entrata ma lei era sempre lì, puntuale. Seppur dovendosi accontentare di un Oscar alla carriera, tra l’altro mai ritirato, la Garbo è considerata una leggenda e tuttora, a 77 anni dal suo addio alle scene, a 28 dalla sua scomparsa, il suo nome è sinonimo di cinema. Greta Garboda svedese errante’ a ‘divina’, una bellezza algida, quasi asessuata, un talento cristallino; virtù che si irradiano in pochissime persone. Maria Sharapova è una di queste, splendide, inaccessibili creature e quando il 9 giugno 2012, dall’alto della sua sublime eleganza si è ritrovata in mano un biglietto di sola andata per entrare nella storia del tennis, puntualmente lo ha riscosso. Ne era consapevole Maria, quando fasciata in un raffinato completino nero si è lasciata cadere in ginocchio sulla terra battuta del Court Philippe Chatrier, mentre con le mani si è coperta il viso, come già aveva fatto in altre tre momenti cruciali della sua carriera; sotto il sole incandescente di Melbourne nel 2008, in una fresca serata newyorkese di fine settembre nel 2006 e il 5 luglio del 2004 quando, appena 17enne, con i suoi colpi devastanti a 105 decibel, ha infranto il silenzio dei sacri campi di Wimbledon.

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Parigi battezza le nove vite di Maria Sharapova

Il quinto titolo slam di Maria Sharapova arriva in quella Parigi che, due anni or sono, le aveva permesso di completare il Career Slam riportandola sulla prima poltrona del ranking confermandone il ritorno ai vertici dopo l’infortunio alla spalla destra che l’aveva costretta a un intervento chirurgico impedendole di essere competitiva dall’aprile 2008 – anno in cui a gennaio conquistò il suo terzo slam all’Australian Open – all’ottobre 2009 – quando a Tokyo strinse in pugno il suo 20esimo titolo WTA. Per tornare competitiva negli slam, Masha ha però dovuto patire parecchio tempo ancora. Dal successo a Melbourne, nel 2008 Maria Sharapova ha raggiunto un ottavo di finale al Roland Garros un secondo turno a Wimbledon e, il post intervento, le ha riservato un biennio disastroso, lenito, si fa per dire, da un quarto di finale agguantato al Roland Garros nel 2009. Caso vuole che a non far sentire Maria sull’orlo del precipizio sia stato un match di terzo turno disputato sul Philippe Chatrier nel 2010 quando uscì sconfitta per mano di Justine Henin per 6-2 3-6 6-3. Un punteggio che, a distanza di anni, farà dire a Masha: «Quel giorno mi dissi che se avevo giocato ad armi pari con Justine sulla terra, allora un giorno avrei potuto vincere questo torneo». Nel 2011 Maria ritornò (quasi) la vera Sharapova: una semifinale ai French Open dove si arrese a Li Na, una finale a Wimbledon sorpresa da Petra Kvitova oltre alle vittorie a Roma e Cincinnati. Nel 2012 la crescita dell’allora pupilla di Thomas Högstedt proseguì con un’altra finale, malamente persa a Melbourne contro Victoria Azarenka finché, il filotto Roma-Stoccarda-Roland Garros le ha riaperto i cancelli dell’Olimpo.

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Quando Il tennis scende in passerella

Da diversi decenni, i confini tra il mondo del tennis e quello della moda e della bellezza si sono assottigliati al punto da essere ormai indistinguibili. L’alone di eleganza e raffinatezza associata al gioco del tennis, le gonne castigate, le impeccabili divise bianche, che facevano dei giocatori prima ancora che degli sportivi dei ‘piccoli lord’; ha suggestionato l’immaginario collettivo. Il fatto che negli anni il tennis sia diventato uno sport sempre più seguito e praticato, la presenza di campioni che grazie alle loro vittorie e alle loro personalità sono diventati dei personaggi di caratura mondiale, hanno contribuito a fare del tennis uno sport sempre più al servizio di una moda non più elitaria, bensì popolare. Se negli anni 70’ il candore del bianco ha lasciato spazio a qualche timida linea, negli anni 80’ i completi dei tennisti si sono macchiati di effetti grafici, portati all’estremo dall’avvento di Andre Agassi, complice la Nike che ha letteralmente preso la palla al balzo manovrando una vera e propria ‘invasione di campo’, con tinte fluorescentipantaloncini di jeans ed un fornitissimo set di bandane.

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Lo spot? Fallo e basta!

Il primo spot televisivo della storia è stato trasmesso nel 1941 negli Stati Uniti su una rete affiliata alla NBC, la WNBT. Si trattava di un comunicato che reclamizzava un orologio della Bulova, della durata di dieci secondi dal costo di nove dollari dell’epoca. In Italia, la réclame arriva nel 1957 quando, tra il telegiornale ed il programma di prima serata andava in onda Carosello, uno spazio di dieci minuti in cui venivano trasmesse un numero limitato di comunicazioni. Negli anni ovviamente, il numero degli spot si è moltiplicato a livello esponenziale e, gli sponsor che ruotano intorno al mondo del tennis si sono adattati alla dinamica. I campioni e testimonial dei marchi più importanti hanno così iniziato ad entrare nelle case dei telespettatori non solo in occasione dei tornei, ma anche durante gli stacchi pubblicitari.

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