Mats Wilander, tra predestinazione e fato

Il 21 dicembre 1988 il volo Pan Am 103, decollato dall’aeroporto di Heathrow, a Londra, e diretto all’aeroporto JFK di New York, precipitò un’ora dopo il decollo a Lockerbie in seguito ad una detonazione causata da un ordigno esplosivo nascosto in una valigia nella stiva del velivolo. L’esplosione uccise 259 persone tra passeggeri e membri dell’equipaggio, fra cui 189 cittadini statunitensi e 11 residenti della cittadina di Lockerbie in Scozia.Quel giorno, due prenotazioni non arrivarono in tempo al chek-in. I loro nomi sono Mats Wilander e Sonja Moholland, sua moglie.

Poco più di tre mesi prima, precisamente l’11 settembre, Mats Wilander strinse in pugno la terza prova del Grande Slam stagionale sconfiggendo Ivan Lendl nella finale dell’US Open con il punteggio di 6–4 4–6 6–3 5–7 6–4. In perfetta linea con il suo tennis solido, basico ma allo stesso tempo versatile, dove tattica e resistenza erano un tutt’uno teso a sfibrare l’avversario sotto ogni punto di vista, le 4 ore e 55 minuti di battaglia che scandirono l’ultimo atto newyorkese scrivendo un entusiasmante pagina di storia sportiva, permisero allo svedese di sfilare il primo posto del ranking al ceco.

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La bellezza salverà il tennis?

«La bellezza salverà il mondo». L’insoluto disaccordo che da oltre cent’anni divide i saggisti nell’interpretare questo passo proveniente dal capolavoro di Fedor Dostoevskij, “L’idiota”, ha ingigantito l’ambiguità in esso celata. Questa misteriosa frase, che appare nel testo originale sotto forma di domanda e non di affermazione, scritta nella lingua del romanziere russo, lo slavo ecclesiastico, ne accresce la doppiezza in quanto il termine “Mir” in russo può significare sia mondo che pace intingendo la parola “krasotà”, bellezza, di un valore che la lega imprescindibilmente al bene, alla bontà.

Il Roland Garros ha incornato per la decima volta Rafael Nadal, il Re Sole, un eroe poliedrico spinto da una commuovente abnegazione, forgiato da un mix di talenti talmente contrastanti da creare intorno alla sua figura una serie di enigmi di cui nemmeno la Sfinge detiene le risposte. Lo spagnolo è il rinato che a Parigi ha oscurato il precedente record di Bjorn Borg per arrivare a battere persino sé stesso, per poi ribattersi ancora, è il guerriero che ha saputo risollevarsi svariate volte da morte certa con l’umiltà che caratterizza i cavalieri valorosi e per questo appare inestimabilmente bello.

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Roland Garros, ascesa e caduta dei regimi di Borg, Lendl e Wilander

La leggenda di Bjorn Borg prende vita il 16 giugno del 1974 quando, appena diciottenne, si impone sullo spagnolo Manuel Orantes e conquista il suo primo titolo al Roland Garros. Se si esclude la mancata partecipazione allo Slam parigino nel 1977, perché divenuto membro dell’Associazione “Tennis Team” all’epoca in polemica con la Federazione; lo svedese perde al Roland Garros solo due match nell’arco della sua folgorante carriera: nel 1973, al terzo turno, e nel 1976, ai quarti. A sconfiggerlo è sempre lo stesso uomo: Adriano Panatta. IceBorg”, un gioco di parole tra la parola iceberg ed il cognome di quel ragazzo impassibile, di poche parole, nato in una cittadina della contea di Stoccolma, Sodertalje, il 6 giungo del 1956; compare nell’albo d’oro dei French Open per sei volte; quattro delle quali consecutivamente.

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