Novak Djokovic, l’androide respinto dalla storia

Quando un bambino di quattro anni trascorre interi pomeriggi a osservare alcuni manovali intenti a costruire i campi da tennis per un circolo sito proprio di fronte alla pizzeria dei genitori, dovrà pur significare qualcosa. Non solo, una volta inaugurato il club, quel marmocchio, tutti i giorni entra di soppiatto, per posizionarsi davanti alla recinzione di quei rettangoli a osservare i suoi coetanei allenarsi. Di lui si accorge Jelena Gencic, la maestra del luogo: gli chiede se vuole provare a giocare. Il giorno dopo quel bambino magrissimo e silenzioso si presenta con la madre, Dijana, la quale, insieme al marito Srdan – un ex sciatore – gestisce la pizzeria più rinomata di Kopaonik, il paesino in cui si svolge la vicenda. Il punto è che Jelena Gencic non è un’insegnante qualunque, è la scopritrice di Monica Seles, e non ha dubbi sul fatto che quel Novak non sia un bambino qualunque, quell’allievo scovato così, per caso, è un prodigio. Per questo lo allena tutti i giorni. Non solo, gli mette in mano dei libri, per poi discuterli insieme lo porta al cinema, parla di obiettivi, del futuro. Forse sa che l’avvenire è suo, perché quel bambino effettivamente non è un semplice bambino, come non è neppure un ordinario Novak. Quel bambino, è Novak Djokovic.

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La bellezza salverà il tennis?

«La bellezza salverà il mondo». L’insoluto disaccordo che da oltre cent’anni divide i saggisti nell’interpretare questo passo proveniente dal capolavoro di Fedor Dostoevskij, “L’idiota”, ha ingigantito l’ambiguità in esso celata. Questa misteriosa frase, che appare nel testo originale sotto forma di domanda e non di affermazione, scritta nella lingua del romanziere russo, lo slavo ecclesiastico, ne accresce la doppiezza in quanto il termine “Mir” in russo può significare sia mondo che pace intingendo la parola “krasotà”, bellezza, di un valore che la lega imprescindibilmente al bene, alla bontà.

Il Roland Garros ha incornato per la decima volta Rafael Nadal, il Re Sole, un eroe poliedrico spinto da una commuovente abnegazione, forgiato da un mix di talenti talmente contrastanti da creare intorno alla sua figura una serie di enigmi di cui nemmeno la Sfinge detiene le risposte. Lo spagnolo è il rinato che a Parigi ha oscurato il precedente record di Bjorn Borg per arrivare a battere persino sé stesso, per poi ribattersi ancora, è il guerriero che ha saputo risollevarsi svariate volte da morte certa con l’umiltà che caratterizza i cavalieri valorosi e per questo appare inestimabilmente bello.

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Novak Djokovic, l’uomo che ha infranto un sogno

In un recente intervento Rino Tommasi sostiene che Novak Djokovic è «il giocatore che negli ultimi trent’anni ha più possibilità di realizzare il Grande Slam». I numeri espressi dal ventottenne serbo nell’arco dei primi cinque mesi del 2015 sono effettivamente stratosferici: Djokovic si è imposto in cinque dei sette tornei a cui ha preso parte; uno di essi essi è uno slam, l’Australian Open, gli altri quattro titoli stretti in pugno coincidono con altrettanti Master 1000, ossia Indian Wells, Miami, Montecarlo e Roma. Due le sconfitte in cui è incorso fino ad ora: nella finale dell’ATP250 di Dubai contro Roger Federer ed ai quarti di finale dell’ATP 250 di Doha contro Ivo Karlovic. Basandosi sui singoli match, le vittorie sono quindi 36 su 38 incontri disputati, 23 i match afferrati consecutivamente a partire dalla sfida di Davis tra Serbia e Croazia di inizio marzo.

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Wimbledon: Djokovic re, ma Federer è infinito

«Molte sono le cose mirabili, ma nessuna è più mirabile dell’uomo». Quando dal coro dell’Antigone si levano questi versi, Sofocle celebra l’uomo sotto ogni sua forma: la creatura più meravigliosa esistente al mondo ma, allo stesso tempo, anche la più terribile, la più complessa, capace di compiere le gesta più eroiche e di elevarsi al punto da apparire ai mortali come un semidio; eppure oppresso dalle sue stesse passioni, succube delle sue paure, delle sue angosce, da quel suo essere fatto di carne ed ossa. È curioso come in molte lingue, dall’inglese al francese, dal russo al tedesco; l’arte di rappresentare una storia, ossia di recitare, coincida con il verbo giocare. Anche nello sport, si sa, vale lo stesso verbo. Un gioco, uno spettacolo, a questo si possono riassumere sia una rappresentazione teatrale quanto una partita di tennis. Ma possono le due arti mescolarsi insieme? Può una partita di tennis assumere dinamiche teatrali, trasformarsi in quel entertainment, tanto caro agli americani, che va oltre allo strabiliante valore del gioco espresso dai due giocatori? Il match, lo spettacolo di cui Roger Federer e Novak Djokovic sono stati protagonisti sì, è andato oltre, è diventato teatro, più precisamente tragedia. Tutto, in ogni singolo aspetto, si è rivelato adeguato, quasi fosse stato smaccatamente studiato, voluto, da un Eschilo o uno Shakespeare odierno. Non poteva infatti esserci cornice più appropriata del centrale dell’All England Tennis Club, in quella Londra Shakespeariana, così vicina al teatro. Non potevano esserci due campioni più idonei per interpretare i due ‘eroi’, i due contendenti pronti a giocarsi il tutto e per tutto per agguantare quel titolo che decretava anche il n.1, al di là del computer e di ogni ragionevole dubbio.

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Lo spot? Fallo e basta!

Il primo spot televisivo della storia è stato trasmesso nel 1941 negli Stati Uniti su una rete affiliata alla NBC, la WNBT. Si trattava di un comunicato che reclamizzava un orologio della Bulova, della durata di dieci secondi dal costo di nove dollari dell’epoca. In Italia, la réclame arriva nel 1957 quando, tra il telegiornale ed il programma di prima serata andava in onda Carosello, uno spazio di dieci minuti in cui venivano trasmesse un numero limitato di comunicazioni. Negli anni ovviamente, il numero degli spot si è moltiplicato a livello esponenziale e, gli sponsor che ruotano intorno al mondo del tennis si sono adattati alla dinamica. I campioni e testimonial dei marchi più importanti hanno così iniziato ad entrare nelle case dei telespettatori non solo in occasione dei tornei, ma anche durante gli stacchi pubblicitari.

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