Fino alla fine del mondo

Bernardo di Turingia fu il primo profeta ad aver fissato la fine del mondo all’anno 992. In molti credettero alla profezia, tanto da cercare rifugio nelle montagne più alte dei dintorni. Il mondo però non finì e quando nel 1665 un’epidemia di peste colpì l’Inghilterra provocando circa 100.000 vittime Solomon Eccles, quacchero, proclamò che l’ondata era il segno della fine dei tempi. A far cessare la peste e a scongiurare il peggio bastò un incendio che devastò Londra. È il 1932 quando l’egittologo George Riffert analizza le dimensioni della Piramide di Cheope e afferma che il mondo finirà il 6 settembre 1936. Accortosi che non era finito nulla, stabilisce una nuova data: il 20 agosto 1954. Niente da fare. È la volta del 1992: a dirlo è un sacerdote sud coreano, Lee Jang Lim; tutti spacciati, tranne chi fosse corso in banca, avesse prelevato i propri soldi per donarli alla Chiesa Missionaria di Tami. Rientrato il pericolo, ecco che si avvicina la Profezia di Michel de Notre-Dame, noto come Nostradamus che, in merito al 1999 aveva vaticinato: “mille e non più mille“. Un altro flop. A nuovo millennio in corso qualche irriducibile catastrofista è andato a rispolverare una credenza Maya la quale prevedeva un evento di natura imprecisata e di proporzioni immani, capace di trasformare drasticamente l’umanità in data 21 dicembre 2012. Ad ogni modo, per ora, il mondo è ancora qui. Ma se avessimo la certezza che in una “data x” il nostro pianeta si oscurasse per davvero? Se così fosse e, mettiamo, potessimo contare su un’immaginaria Arca di Noè a posti limitati, capace di ospitare alcuni campioni del tennis; chi faremmo salire a bordo? Chi metteremmo in salvo affinché le nuove forme di vita potessero accarezzare le memorie che avevano emozionato il precedentemente estinto genere umano?

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La bellezza salverà il tennis?

«La bellezza salverà il mondo». L’insoluto disaccordo che da oltre cent’anni divide i saggisti nell’interpretare questo passo proveniente dal capolavoro di Fedor Dostoevskij, “L’idiota”, ha ingigantito l’ambiguità in esso celata. Questa misteriosa frase, che appare nel testo originale sotto forma di domanda e non di affermazione, scritta nella lingua del romanziere russo, lo slavo ecclesiastico, ne accresce la doppiezza in quanto il termine “Mir” in russo può significare sia mondo che pace intingendo la parola “krasotà”, bellezza, di un valore che la lega imprescindibilmente al bene, alla bontà.

Il Roland Garros ha incornato per la decima volta Rafael Nadal, il Re Sole, un eroe poliedrico spinto da una commuovente abnegazione, forgiato da un mix di talenti talmente contrastanti da creare intorno alla sua figura una serie di enigmi di cui nemmeno la Sfinge detiene le risposte. Lo spagnolo è il rinato che a Parigi ha oscurato il precedente record di Bjorn Borg per arrivare a battere persino sé stesso, per poi ribattersi ancora, è il guerriero che ha saputo risollevarsi svariate volte da morte certa con l’umiltà che caratterizza i cavalieri valorosi e per questo appare inestimabilmente bello.

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Quando Il tennis scende in passerella

Da diversi decenni, i confini tra il mondo del tennis e quello della moda e della bellezza si sono assottigliati al punto da essere ormai indistinguibili. L’alone di eleganza e raffinatezza associata al gioco del tennis, le gonne castigate, le impeccabili divise bianche, che facevano dei giocatori prima ancora che degli sportivi dei ‘piccoli lord’; ha suggestionato l’immaginario collettivo. Il fatto che negli anni il tennis sia diventato uno sport sempre più seguito e praticato, la presenza di campioni che grazie alle loro vittorie e alle loro personalità sono diventati dei personaggi di caratura mondiale, hanno contribuito a fare del tennis uno sport sempre più al servizio di una moda non più elitaria, bensì popolare. Se negli anni 70’ il candore del bianco ha lasciato spazio a qualche timida linea, negli anni 80’ i completi dei tennisti si sono macchiati di effetti grafici, portati all’estremo dall’avvento di Andre Agassi, complice la Nike che ha letteralmente preso la palla al balzo manovrando una vera e propria ‘invasione di campo’, con tinte fluorescentipantaloncini di jeans ed un fornitissimo set di bandane.

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Lo spot? Fallo e basta!

Il primo spot televisivo della storia è stato trasmesso nel 1941 negli Stati Uniti su una rete affiliata alla NBC, la WNBT. Si trattava di un comunicato che reclamizzava un orologio della Bulova, della durata di dieci secondi dal costo di nove dollari dell’epoca. In Italia, la réclame arriva nel 1957 quando, tra il telegiornale ed il programma di prima serata andava in onda Carosello, uno spazio di dieci minuti in cui venivano trasmesse un numero limitato di comunicazioni. Negli anni ovviamente, il numero degli spot si è moltiplicato a livello esponenziale e, gli sponsor che ruotano intorno al mondo del tennis si sono adattati alla dinamica. I campioni e testimonial dei marchi più importanti hanno così iniziato ad entrare nelle case dei telespettatori non solo in occasione dei tornei, ma anche durante gli stacchi pubblicitari.

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Federer, Nadal e la montagna

Roger Federer e la sua nemesi non si erano mai affrontati in quel di Cincinnati, Ohio. Prima del match, i maligni rosso-oro sogghignavano che era per questo motivo se l’elvetico aveva inciso il proprio nome sull’albo d’oro del Western & Southern Open per cinque volte. E così, tra un lamento e un sospiro, tra una magia e un recupero mozzafiato, tra una smutandata e un ciuffo aggiustato, siamo arrivati alla sfida numero 31. Rafa Nadal, nemmeno a dirlo era in vantaggio di 20 vittorie a 10. Il doppio.  Se così non fosse, non sarebbe la nemesi del semidio svizzero.

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