Martina Hingis, l’eletta che non invecchierà mai

Quando Martina Hingis scese sul pianeta terra e si concesse agli sguardi curiosi degli umani aveva undici anni e otto mesi. Correva l’anno 1992 ed era il mese di maggio. Non l’aveva vista quasi nessuno, eppure tutti ne facevano un gran dire. In realtà non è che ci fosse molto da dire. L’undicenne Martina Hingis non si limitò a vincere il Trofeo Bonfiglio, lo dominò, lasciando le sue avversarie invase da quell’indescrivibile disagio che può assalire chi non ha nemmeno avuto il tempo di rendersi conto di quanto sia accaduto, perché dopo trenta, quaranta minuti se la ritrovavano già vicino alla rete, pronta a stringer loro la mano. Semplicemente, Martina Hingis non era di questo mondo.

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Gottfried von Cramm: l’uomo che disse no a Hitler

Le origini aristocratiche, alto, biondo, gli occhi azzurri, i modi raffinati che lasciavano intendere una sottile aria di superiorità mentre altro non era che sublime educazione. Gottfried von Cramm incarnava il prototipo della razza ariana, ideologia posta alla base del partito nazista, salito al potere esattamente un anno prima che il barone del tennis si imponesse all’ Open di Francia, battendo all’ultimo atto Jack Crawford con il punteggio di 6-4 7-9 3-6 7-5 6-3. Un trionfo, quello di Parigi, rafforzato dal bis conseguito due anni dopo, che lo innalzò a esempio di fierezza nazionale, eroe invincibile, impeccabile portabandiera di un movimento che faceva del delirio di onnipotenza un’arma di propaganda altrettanto potente e convincente come era pronta a dimostrarsi la forza bellica germanica. Eppure Gottfried von Cramm non aveva nulla a che vedere con tutto ciò. Non solo evitò di sostenere il partito nazista durante gli anni dell’ascesa, a mano a mano che il fanatismo aumentava von Cramm si schierò apertamente contro il regime, non risparmiandosi in frecciate sarcastiche nei confronti dei suoi gerarchi. In secondo luogo, Gottfried von Cramm era uno splendido giocatore, un campione, ma irrimediabilmente destinato a ricoprire il ruolo di “secondo”: tre finali consecutive disputate  e perse a Wimbledon, dal 1935 al 1937, un ultimo atto agli US Open andato in fumo nel 1937 e, soprattutto, la debacle durante la semifinale di Coppa Davis, sempre nel 1937, contro gli Stati Uniti. Promesse suggerite, ma non mantenute. Speranze in lui riposte, doveri a lui congiunti, non rispettati. L’errore, il “difetto” di von Cramm, risiedeva nel sentirsi e nel voler essere un uomo libero, nel rifiutarsi di entrare a far parte di un ingranaggio folle, nel non essere un vincente.

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Jelena Ostapenko e l’importanza di sentirsi degni

Anke Huber è nata verso la metà degli anni ’70 in una Germania divisa e in un mondo che ancora doveva scoprire la diffusione del cellulare. Un mondo che, tempo una decade, era propenso a scandalizzarsi al cospetto delle provocazioni studiate a tavolino da parte di una pop star di origini abruzzesi, ma forse ancor di più per la conturbante magrezza di Kate Moss gettata nelle case via cavo insieme a Obsession, by Kelvin Klein. C’è poi da dire che Anke giocava a tennis e, quando da bambina accendeva la TV, vedeva gente come Chris Evert e Martina Navratilova trionfare nelle prove del Grande Slam. Non solo, avrebbe vissuto sulla propria pelle una connazionale destinata addirittura a realizzarlo il Grande Slam (e tanto altro), per poi assistere alla devastante ascesa di una quasi coetanea serba e sorbirsi una bimbetta elvetica pronta a riscrivere la maggior parte dei record di precocità. Per una Anke Huber ragazzina vincere uno slam doveva certamente apparire se non un miraggio, una meta alquanto ardua.

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Ivan Lendl e l’insostenibile ricerca della perfezione

La leggenda vuole che Olga Lendlova, ex tennista professionista diventata maestra, andasse tutti i giorni in campo insieme al figlio di tre anni e che, per evitare un’eventuale smarrimento, fosse solita legarlo a un paletto della rete. «Ubbidienza» e «Disciplina», sono le prime parole che quel bambino, Ivan Lendl associa al tennis. Prigioniero del tennis e della sua predestinazione, Ivan ha intrapreso il suo cammino mantenendosi coerente con e nelle proprie ossessioni: vincere e diventare il migliore tennista del mondo. Non si è mai permesso di sognare, nella sua vita c’è sempre stato posto solo per il duro lavoro, unico complice capace di sostenerlo affinché potesse raggiungere una schiera di obiettivi, sempre più numerosi, sempre più elevati.

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Ana Ivanovic, sogno evanescente

«Si tratta di una decisione molto difficile, ma c’è molto da festeggiare perché in tredici anni di professionismo ho raggiunto vette che mai avrei pensato. Qualsiasi sport professionistico richiede il top della forma e io non riesco più a raggiungere gli standard che tante persone si aspettavano da me. Quindi è ora di dire basta». È con un videomessaggio scarno, distaccato, che Ana Ivanovic comunica al mondo il suo ritiro dal tennis ad appena ventinove anni, con 15 tornei WTA riposti in bacheca, tra cui un titolo del Grande Slam e nove settimane come n.1 del mondo. 

La biografia di Ana Ivanovic narra che «c’era una volta una bambina nata a Belgrado il 6 novembre del 1987 il cui primo  grande amore della sua vita è stato il tennis» . Tra leggenda e realtà, pare proprio che galeotto fu un match trasmesso in tv in cui vide giocare Monica Seles, tanto che papà Miloslav e mamma Dragana, sfiniti dall’insistenza della figlia, il giorno del suo quinto compleanno le regalano la tanto desiderata racchetta e, una volta scesa in campo, appare evidente sin da subito come l’infatuazione che Ana nutre per il tennis sia ricambiata anche da parte di quello sport che pare letteralmente scorrerle nelle vene.

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Henri Cochet, il primo moschettiere

È osservando giocare i soci del Tennis Lyon che un ragazzino di nemmeno dieci anni di nome Henri entra in contatto con il nobil gioco, disciplina sportiva che nel momento in cui impugnerà a sua volta una racchetta, sarà destinata a trasfigurarsi in qualcosa di diverso, di più armonioso, di più regale. E dire che di sangue blu nelle vene di Henri non ne scorre nemmeno una goccia. Figlio del custode del Tennis ClubHenri è mingherlino, non perde occasione di offrirsi volontario per fare da raccattapalle ai ricchi frequentatori, ed apre bocca solo per domandare ai pochi che gli danno confidenza se gli va di scambiare qualche palla con lui ogni qualvolta i campi sono liberi. Che Henri celi in se qualcosa di abbagliante se ne accorge presto il presidente del circolo, tale Couzon, il quale gli impartisce le prime vere e proprie lezioni per quindi diventarne il mecenate. Agli occhi dei più un’opportunità simile sarebbe stata accolta come l’avverarsi di un sogno. Non per i genitori di Henri che esternano a Couzon la propria riconoscenza, ma a cui chiedono anche una cortesia più pratica: che affidi un piccolo incarico al figlio all’interno della seteria di cui è proprietario . Seppure un impegno lavorativo, per quanto part time, impedisca ad Henri di allenarsi come dovrebbe, Couzon non si oppone; se da una parte nutre un forte rispetto per la famiglia del suo pupillo, dall’altra è persuaso che Henri possegga un talento capace di compensare le ore che la seteria gli avrebbe irrimediabilmente sottratto al tennis.

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Monica Seles, la belva di Novi Sad

«Quello che la rendeva speciale era l’impegno che ci metteva. Aveva dodici anni eppure sembrava non conoscere la fatica, era capace di provare lo stesso colpo per ore, sempre con la stessa concentrazione. E questo non per un giorno, non per una settimana, ma per un mese, per mesi se ce n’era bisogno». Parola di Nick Bollettieri. Quella dodicenne due volte bimane, mancina di nascita, che aggrediva ogni pallina con uno stile tutto suo, avulso da qualsiasi canone, che con ferocia urlava, quasi grugnendo, a ogni impatto. È Monica Seles.

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Elena Dementieva, il fiore di loto russo

Il primo esame Elena Dementieva lo sostiene a sette anni quando, nel novembre del 1988, la madre l’accompagna alla polisportiva del CSKA di Mosca per sostenere un provino di ammissione. Mamma Vera, un’insegnante di letteratura russa con il pallino del tennis al punto da far leva su alcuni trascorsi con la racchetta per ottenere un brevetto d’insegnante, non riceve però la risposta sperata: “sua figlia è troppo alta per diventare una campionessa”. Tornate a casa entrambe in silenzio, la figlia per indole, la madre per la delusione, a cena quest’ultima informa il marito, Viatcheslav, che di mestiere fa l’ingegnere, del responso negativo. Lui non se ne fa un cruccio; probabilmente ritiene che quella figlia alta sì, ma anche tanto intelligente e introversa, che a scuola ha il massimo dei voti e quando gira per casa ha sempre un libro in mano, meriti di inseguire sogni più nobili piuttosto che faticare su un campo da tennis.

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Le fatiche di Thomas Muster, Ercole moderno

Un ragazzo di ventidue anni i cui occhi lo fanno già sembrare un uomo, seduto su una strana panca, la gamba sinistra ingessata, concentrato a rimandare centinaia, migliaia di diritti e rovesci su un campo da tennis. È forse questa l’immagine che più di ogni altra evoca la figura di Thomas Muster, una sorta di Eracle moderno; Ercole per i romani, che anziché destreggiarsi nelle dodici fatiche per quattordici anni della sua vita ha sgobbato sui campi da tennis di tutto il mondo, che invece di affrontare serpenti dalle molteplici teste, leoni e uccelli dalle piume affilate come lame ha sfidato campioni del calibro di Ivan Lendl, John McEnroe, Jimmy Connors, Boris Becker, Stefan Edberg, Mats Wilander, Sergi Bruguera, Michael Chang, Pete Sampras, Jim Courier e Andre Agassi.

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Svetlana Kuznetsova, indecifrabile sciarada

11 settembre 2004. Questa la data in cui si chiuse il cerchio, in cui si compì quel qualcosa di indefinibile iniziato tre anni prima in uno strampalato ITF, in uno di quei posti aridi dove si capita per caso, così come per caso capitano tutte le cose destinate a lasciare un segno nella vita; quando in un pomeriggio graffiato da una luce abbagliante la canicola si intrise di quelle parole «presto vincerai uno slam»; e lei ci credette, o forse no, perché non aveva ancora compiuto sedici anni e solo da poco aveva imparato qualche parole d’inglese; aveva già le gambe muscolose e il diritto letale. Svetlana Kuznetsova, così si chiamava.

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