Russofobia, pregiudizi e menzogne

«Perché prendersela con qualcuno per niente quando ce la si può prendere con la Russia per tutto?». Questa domanda provocatoria sembra essere il perno su cui fa leva Guy Mettan per documentare le percezioni distorte, le immagini traviate, le accuse infondate che l’Occidente ha accumulato nei confronti della Russia al fine di imputarle l’etichetta di popolo barbaro, incapace di far sentire la propria voce perché ignorante in quanto sottomesso al dispotismo, ma incline, nel nome di quel solo uomo al potere, a riversare sulle altre genti un atroce espansionismo. È forse troppo semplice soffermarsi sul significato del termine despota? Diversamente dall’Europa, in cui è sinonimo di tiranno, in slavo altro non significa che re. Essere un autocrate per un sovrano russo significa non essere il vassallo di nessuno, esser libero rispetto a qualsiasi potenza straniera e non dovere il proprio potere a nessuno se non a Dio. Guy Mettan è lucidissimo quando spiega come «A partire dagli umanisti del rinascimento la libertà è per gli occidentali un modo di raggiungere la perfezione e la salvezza eterna. I russi considerano la libertà come un potere capriccioso e discrezionale che immerge l’uomo nella depravazione e lo allontana dalla salvezza. Ragion per cui essi hanno delegato la libertà al principe e non agli uomini affinché possa essere egli per loro il garante della pace».

Un sentimento, la russofobia, che il giornalista e scrittore svizzero spiega come abbia visto origine tredici secoli fa, quando Carlo Magno, in stretto accordo con i teologi del papa, ha deciso di cancellare Mosca dalla coscienza europea come era stato fatto con Bisanzio. La disputa sul Fililoque, – innescatasi dal momento in cui è stata cambiata la formula del Credo accordata durante l Concilio di Nicea del 381, la quale recitava che lo Spirito procede dal Padre, senza aggiungere dal Figlio, passaggio quest’ultimo inserito nell’ambito della Chiasa latina senza il benché minimo scrupolo di dialogo con la Chiesa orientale – altro non è stato che il primo sasso lanciato contro un l’Est Europa e generatore di un Scisma non solo religioso.

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Sergej Belov, il divino

Divino. Così lo chiamavano. Vuoi perché la sua figura era dotata di un’eleganza tale che unita allo stile, al talento cristallino, lo differenziava da tutti i cestisti russi visti prima e durante il suo avvento – che senza cadere in vili stereotipi erano al suo cospetto più macchinosi, più schematici, più corazzati – vuoi perché lui riusciva a esaltare tutti i pregi, tutti i doni, che sono di competenza delle ‘guardie’: dall’abilità tecnica sopraffina, alla lungimirante visione di gioco, dalla reattività nell’impostare o a volte sfuggire nelle azioni di contropiede, alla padronanza nel palleggio, nei passaggi ed ovviamente nel tiro. C’era poi quel qualcosa di oltre. Sergej Belov sapeva tutto dei suoi compagni, ma ancor più conosceva, capiva, tutto degli avversari. Gli erano sufficienti pochi minuti per isolare i punti deboli dell’altra squadra e da quel momento l’URSS si trasformava in un’orchestra compatta ma al tempo stesso imprevedibile, dove ogni strumento veniva esaltato, quasi a nascondere la presenza del divino, eppure sempre presente, sempre pronto a fare la differenza, ad abbagliare.

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I dominatori del ghiaccio

Lo sport invernale più popolare del mondo, l’hockey su ghiaccio, vede da sempre i russi recitare il ruolo di dominatori europei, contendendosi con i canadesi l’egemonia internazionale. URSS. CSI. Federazione Russia. Tre nomi per definire lo stesso popolo, unito da un identico comune denominatore: la vittoria. Se l’URSS si è appesa al collo 7 ori olimpici, record che condivide con il Canada, su 9 edizioni disputate ed ha conquistato 19 mondiali su 30 eventi a cui ha preso parte; dall’aprile del 1992, la Russia, anno in cui ha rimpiazzato la rappresentativa della C.S.I che vinse l’oro Olimpico ai Giochi del 1992, ha finora vinto 3 Campionati Mondiali in diciassette anni di storia. Grandi nazionali sostenute da grandissimi nomi. Tre di loro possono essere considerati tra i più grandi sempre: Valerij Charlamov, Vjaceslav Fetisov e Vladislav Tretiak.

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