Andrej Tarkovskij, tra sogno e preghiera

«Sono persuaso che nulla di serio possa nascere senza fondarsi sulla tradizione. Non posso uscire dalla mia pelle di russo, dai legami con il mio paese, da quello che è stato fatto nel passato all’interno della mia terra. Sono affascinato dal processo di crescita di quanto viene dalla terra, di ciò che spunta dalla profondità, gli alberi, l’erba… Trovo meraviglioso, quasi commuovente, come tutto tenda verso il cielo che per me non ha alcun valore simbolico. Considero il cielo vuoto e la sua sola valenza è quello di specchiarsi nella terra tramite l’acqua. Per questo non vedo il fango, vedo la terra mescolata all’acqua, il limo da cui nascono le cose. Credo nella purezza della natura, nella sua bellezza, nella sua cattiveria. Allo stesso tempo, tutto mi porta a pensare che stiamo creando una civiltà che minaccia di distruggere l’umanità. Ci rifiutiamo di ammettere che stiamo diventando imperdonabilmente, colpevolmente ed irrimediabilmente materialisti. Per questo motivo nelle mie opere mi aggrappo alla preghiera, alla spiritualità, alla fede» Andrej Tarkovskij.

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