Svetlana Kuznetsova, indecifrabile sciarada

11 settembre 2004. Questa la data in cui si chiuse il cerchio, in cui si compì quel qualcosa di indefinibile iniziato tre anni prima in uno strampalato ITF, in uno di quei posti aridi dove si capita per caso, così come per caso capitano tutte le cose destinate a lasciare un segno nella vita; quando in un pomeriggio graffiato da una luce abbagliante la canicola si intrise di quelle parole «presto vincerai uno slam»; e lei ci credette, o forse no, perché non aveva ancora compiuto sedici anni e solo da poco aveva imparato qualche parole d’inglese; aveva già le gambe muscolose e il diritto letale. Svetlana Kuznetsova, così si chiamava.

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Wimbledon, un attimo di eternità fuori dal tempo

Wimbledon. Semplice da pronunciare, ma non troppo, a pensarci bene. Wimble-den. La cadenza troppo british ti fa sorgere il dubbio se sia proprio quello il posto dove si disputa il torneo di tennis. Poi c’é dell’altro, molto altro. Perché ecco, a Melbourne Park ci si riflette quasi sul fiume Yarra e l’efficenza aussie si sposa a meraviglia con il distretto finanziario che si estende a pochi passi, in termini di yards s’intende, mentre nel quartiere d’Auteuil si respira Parigi tanto che basta arrampicarsi in cima alla terza categoria del Philippe Chatrier per distinguere la Torre Eiffel, non parliamo poi di Flushing Meadows, il parco di 500 ettari creato sulla valle di ceneri descritta da Francis Scott Fitzgerald in Il Grande Gatsby, dove nonostante tutto ti senti accartocciato nel ventre di New York. A Wimbledon invece… Non sei propriamente a Londra. Soprattutto nei giorni precedenti il torneo di tennis, prima che il delirio si impossessi degli appassionati del nobil gioco, gente pronta a tutto, come accettare la possibilità di essere sorteggiati di anno in anno in occasione della lotteria ufficiale per avere un biglietto tra le mani, colpo di fortuna che difficilmente si avvererà, quindi uomini e donne di ogni età, provvisti dell’indispensabile queue card, disposti a fissare per quattro, cinque ore, la nuca dell’individuo che lo precede pur di avere la meglio sulla mitologica queue, magari dopo aver campeggiato all’addiaccio.

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A Sydney brilla la stella SK27

Per aspera ad astra, recita un proverbio latino, la cui origine deriva probabilmente dalla mitologia greca, dove l’ascesa sul monte Olimpo degli eroi implicava l’aver compiuto una serie di imprese maestose in quanto, per l’appunto, solo attraverso le asperità si giunge alle stelle. Il nome di Svetlana Kuznetsova è stato ufficialmente accolto nel firmamento il 27 giugno del 2015, giorno del suo trentesimo compleanno, quando un gruppo di fans ha deciso di contattare un osservatorio australiano per nominare una stella con un acronimo riconducibile alla fuoriclasse russa: SK27.

Certo, a livello metaforico nell’Olimpo Svetlana già vi risiedeva dall’11 settembre del 2004, quando appena diciannovenne si prese la briga di conquistare New York innescando una catena di ipotesi, tra chi la dipingeva come prossima numero uno a cui la considerava un bluff. Aspettative e giudizi sommari atti a rimarcare l’ambigua sospensione che da sempre l’ha vista oscillare tra la luce e le tenebre. Un’ambivalenza che le ha fatto assumere le sembianze di eroina romantica nelle cui corde grava il peso e la responsabilità di poter sbranare chiunque, compresa sé stessa, perché come disse un rassegnato Bud Collins: «Nessuno come Sveta sa strappare la sconfitta dalle fauci della vittoria».

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Svetlana Kuznetsova, il capolavoro russo

Nelle opere di Fedor Dostoevskij si distingue un aspetto che supera l’ambientazione, che prevarica il tessuto sociale, finendo con il mettere in secondo piano la storia stessa. Come una luce estemporanea, i dilemmi che animano i personaggi di Dostoevskij si divorano la trama; destabilizzando, circuendo, inquietando, conquistando l’ignaro lettore. Questo perché ancor prima di essere personaggi sono incarnazioni, identità che si scontrano nel palcoscenico dell’anima dove la vittoria e la sconfitta sono intersecate tra loro fino ad annullarsi. Forse non è un caso che il 27 giugno del 1985 Svetlana Kuznetsova sia nata a San Pietroburgo, la città in cui spirò il grande romanziere russo. Forse non è un caso che agli esordi qualcuno la definì il genio di San Pietroburgo, per quel suo modo disarmante di porsi, per quel miscuglio di talento, fragilità e follia che le permise di conquistare New York nel 2004, quando era ancora una diciannovenne timida con l’apparecchio ai denti eppure già entrata nelle grazie degli dei del tennis i quali si sa, sono inclini ad essere sedotti dalle storie fuori dall’ordinario; e in quella russa tutto era straordinario, a partire dai genitori, la madre sei volte campionessa del mondo di ciclismo su pista, il padre allenatore della nazionale sovietica sempre di ciclismo; così come anomala ne fu l’adolescenza strappata alla sua terra per inseguire un sogno, un obiettivo o chissà cosa, forse semplicemente il suo destino in Spagna.

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Svetlana, nella buona e nella cattiva sorte

Ci sono match che tolgono le parole. E anche il respiro. Ci sono giorni in cui una partita di tennis si trasfigura in qualcosa di più, vuoi per l’intensità, vuoi per la passione che ti lega a una giocatrice. In quei giorni conquisti e perdi qualcosa. Qualsiasi sia il risultato. Se lei vince è come se la sua gioia si frantumasse in mille pezzi tanto è forte e così la respiri anche tu, ti illumina di riflesso. Allo stesso tempo ti abbandona la ragione: il peso di certi match abbatte ogni regola che suggerisce il buon senso; anche venti slam ti sembrano poca cosa vicino all’impresa compiuta in quel particolare momento. Se lei perde qualcosa si spezza, eppure allo stesso tempo assimili qualcosa di ancora più potente ed assoluto, comprendi che quelle parole, “nella buona e nella cattiva sorte”, non sono solo una chiusa efficace per siglare un patto, significano qualcosa per davvero.

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A Washington sventola la bandiera russa

Washington. 3 Agosto 2014. – Era dall’8 agosto 2010, che Svetlana Kuznetsova non alzava al cielo un trofeo. 48 mesi. 1455 giorni. In un tennis che tutto macina, in un ambiente sempre pronto ad attaccare un atleta al primo passo falso, dove schiere di avvoltoi si permettono di giudicare senza prima conoscere, analizzare; quei 48 mesi, quei 1.455 giorni, devono essere gravati sulle spalle di Svetlana Kuznetsova, pesanti quanto un macigno, anzi 13 macigni, perché era a quel numero di titoli che la russa si era fermata, si era arenata.

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Svetlana Kuznetsova, l’inquietudine del talento

È l’11 settembre del 2004 quando sul cemento di Flushing Meadows la diciannovenne Svetlana Kuznetsova sconvolge il mondo del tennis conquistando lo slam più difficile, più duro, dove in genere non c’è spazio per le sorprese, perché a vincere l’US Open sono i più forti. Quell’anno la storia si sovrappose al tennis, rendendo la finale dello slam newyorkese unica, indimenticabile. Sono le 8 p.m quando sull’Arthur Ashe Stadium si espande l’anima nera del tennis, ma anche della vita: la soprano Jessye Norman affiancata dai Boys Choir esegue una toccante versione di “God Bless America”, seguita da un minuto di silenzio in memoria delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle avvenuto nel 2001 e degli atti di terrorismo rivolti contro la Russia nemmeno dieci giorni prima alla scuola di Beslan. A rendere l’epilogo della 123esima edizione dell’US Open, fuori dall’ordinario sono anche le protagoniste: Svetlana Kuznetsova ed Elena Dementieva. Russe, amiche, compagne di viaggio nel circuito, eppure due giovani antitesi. Elena: un gioco schematico, solido, assemblato con il duro lavoro. Svetlana: l’eccezionale bagagliaio tecnico, un tennis virile tempestato da invenzioni, spesso imprevedibili, seppure consolidate da una sorta di indole primordiale che accomuna i fuoriclasse; timidezza e sfrontatezza, luce e oscurità. Due games concessi a Sesil Karatantcheva, il duplice 6-3 rifilato a Nicole Pratt, il 7-6(3) 7-5 necessario per congedare la veterana veterana Amy Frazier, il 7-6(5) 6-2 con cui si è sbarazzata di Mary Pierce, il 7-6(4) 6-3 impartito a Nadia Petrova, il set ed il break di svantaggio recuperato a Lindsay Davenport per andare a imporsi con il punteggio di 1-6 6-2 6-4, ed infine il 6-3 7-5 fissato, con un ace di seconda, sul tabellone segnapunti all’ultimo atto. Questi i numeri che hanno scandito la corsa a perdifiato nella Big Apple di Svetlana Kuznetsova che, dopo aver scavato il cemento a suon di diritti devastanti, avrebbe incantato il pubblico con parole semplici quanto profonde: «Sono molto felice, è ovvio, ma allo stesso tempo so che la mia vittoria è poca cosa rispetto agli eventi tragici celebrati prima».

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Sampras, Kuznetsova e la caduta del tempo

Stoccarda. Non ho mai simpatizzato per Pete Sampras. Se riavvolgo il nastro dei ricordi, riaffiorano vaghe e nebulosi spezzoni di un match di secondo turno del Roland Garros 1989 ai limiti dell’imbarazzante, in quanto rimediò circa tre games con Micheal Chang, ma avrei scoperto in seguito che ancor più della superficie favorevole al connazionale pesò la “fresca installazione” del rovescio eseguito ad una mano e non più a due. Tanto meno entrai in sintonia con Sampras l’anno dopo, quando sconfisse “il mio” Ivan Lendl ai quarti di finale dell’US Open, per poi involarsi alla conquista dello slam newyorkese. Non si contano le volte che avuto modo di ammirare Pistol Pete negli anni, ma mai una volta ho avvertito quel leggero strappo al cuore, quel lieve brivido lungo la spina dorsale, quel sottile stato d’ansia che indipendentemente dalla nostra volontà prende in mano i fili del nostro sistema nervoso, oltre che cardiocircolatorio, quando nasce un amore. Nonostante la straordinaria bellezza del gesto, nonostante la plasticità con cui avanzava  verso la rete, simile a un  felino che dopo aver puntato la preda stava per produrre il balzo decisivo per azzannarla; non appena il frangente di gioco terminava, aveva fine anche la magia in precedenza emanata e in Pete Sampras non riuscivo a vedere altro che un ragazzo dall’andatura leggermente primitiva, lo sguardo opaco, nonché una personalissima arroganza che non si esprimeva attraverso racchette spaccate o scatti d’ira bensì nella consapevolezza della propria solitaria grandezza, quasi lo lasciasse indifferente la presenza del pubblico intorno al campo.

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La via della natura, la via della grazia

«Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della Natura e la via della Grazia. Tu devi scegliere quali delle due seguire». Il sipario di The tree of life si apre con queste parole che, quasi fossero estrapolate da un passo biblico, danno vita ad un’opera molto più vicina ad una tragedia greca, a un elegia, che a un film. Può accadere di estraniarsi, di uscire dal corso del tempo, di essere catturati, rapiti. È possibile lasciare un pezzo del proprio cuore in un campo da tennis. Può succedere, se su quel campo hanno camminato, Serena Williams, Roger Federer, Martina Hingis e Svetlana Kuznetsova. Ci sono due vie per affrontare il tennis: la via della Natura e la via della Grazia.

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