Jana Novotna, l’acuto immortale tra lacrime e sorrisi

«La prima volta che sono venuta negli Stati Uniti d’America è stato per giocare l’Orange Bowl in Florida. Avevo con me solamente un paio di vecchie scarpe, una maglietta, un paio di pantaloncini e pochissimi soldi. Ero molto giovane e non conoscevo una sola parola d’inglese. Fu molto difficile». Le poche, sentite parole pronunciate da Jana Novotna per celebrare il suo ingresso nella International Hall of Fame, avvenuto nel luglio 2005, isolano uno spaccato di quello che era il tennis all’alba degli anni ’80 per una ragazzina che proveniva dall’est, quando ancora esisteva la Cecoslovacchia e il tennis di vertice, quello giocato intorno al mondo, era una meta, una sorta di catapulta verso una realtà sconosciuta, forse non propriamente rassicurante, ma per lo meno in grado di garantire un equipaggiamento adeguato, un’opportunità di riscatto. A ripensarci, vedendo queste immagini di repertorio, deve essere stato tutto così difficile per Jana Novotna. Certo, prima di lei tanti connazionali avevano vissuto esperienze simili, ma a guardarla bene, si capisce che Jana non aveva la parlantina, l’espansività, di Martina Navratiliva, non aveva assimilato quella sicurezza nei propri mezzi con cui si era formata Hana Mandlikova, non custodiva nel proprio io quella dolente abnegazione di schermarsi, di assemblarsi pezzo dopo pezzo, a cui si era immolato Ivan Lendl e neppure poteva contare sulla pace interiore, sulle radici attorcigliate al tennis come Helena Sukova, di appena tre anni più grande, eppure così placidamente più distesa, più serena.

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Martina Hingis, l’eletta che non invecchierà mai

Quando Martina Hingis scese sul pianeta terra e si concesse agli sguardi curiosi degli umani aveva undici anni e otto mesi. Correva l’anno 1992 ed era il mese di maggio. Non l’aveva vista quasi nessuno, eppure tutti ne facevano un gran dire. In realtà non è che ci fosse molto da dire. L’undicenne Martina Hingis non si limitò a vincere il Trofeo Bonfiglio, lo dominò, lasciando le sue avversarie invase da quell’indescrivibile disagio che può assalire chi non ha nemmeno avuto il tempo di rendersi conto di quanto sia accaduto, perché dopo trenta, quaranta minuti se la ritrovavano già vicino alla rete, pronta a stringer loro la mano. Semplicemente, Martina Hingis non era di questo mondo.

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Gottfried von Cramm: l’uomo che disse no a Hitler

Le origini aristocratiche, alto, biondo, gli occhi azzurri, i modi raffinati che lasciavano intendere una sottile aria di superiorità mentre altro non era che sublime educazione. Gottfried von Cramm incarnava il prototipo della razza ariana, ideologia posta alla base del partito nazista, salito al potere esattamente un anno prima che il barone del tennis si imponesse all’ Open di Francia, battendo all’ultimo atto Jack Crawford con il punteggio di 6-4 7-9 3-6 7-5 6-3. Un trionfo, quello di Parigi, rafforzato dal bis conseguito due anni dopo, che lo innalzò a esempio di fierezza nazionale, eroe invincibile, impeccabile portabandiera di un movimento che faceva del delirio di onnipotenza un’arma di propaganda altrettanto potente e convincente come era pronta a dimostrarsi la forza bellica germanica. Eppure Gottfried von Cramm non aveva nulla a che vedere con tutto ciò. Non solo evitò di sostenere il partito nazista durante gli anni dell’ascesa, a mano a mano che il fanatismo aumentava von Cramm si schierò apertamente contro il regime, non risparmiandosi in frecciate sarcastiche nei confronti dei suoi gerarchi. In secondo luogo, Gottfried von Cramm era uno splendido giocatore, un campione, ma irrimediabilmente destinato a ricoprire il ruolo di “secondo”: tre finali consecutive disputate  e perse a Wimbledon, dal 1935 al 1937, un ultimo atto agli US Open andato in fumo nel 1937 e, soprattutto, la debacle durante la semifinale di Coppa Davis, sempre nel 1937, contro gli Stati Uniti. Promesse suggerite, ma non mantenute. Speranze in lui riposte, doveri a lui congiunti, non rispettati. L’errore, il “difetto” di von Cramm, risiedeva nel sentirsi e nel voler essere un uomo libero, nel rifiutarsi di entrare a far parte di un ingranaggio folle, nel non essere un vincente.

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Sloane Stephens, la speranza oltre le tragedie

In previsione del suo ventunesimo compleanno, Sloane Stephens si è registrata sul sito del centro commerciale Target e, dopo aver architettato una finta lista nozze ricorrendo al nome di sua madre come coniuge, ha inviato agli ospiti della festa organizzata per celebrare il suo anniversario di nascita, l’elenco di regali che vorrebbe ricevere. Tale lista era composta da trentuno regali, il più costoso dei quali coincideva in una cyclette da 306$. La proposta più bizzarra era però rappresentata da una tenda tripla da campeggio capace di contenere dodici persone. Prezzo di listino: 299$. Sloane Stephens è sempre stata la dimostrazione di come è possibile restare una ragazza semplice nonostante fama e milioni di dollari depositati in banca.

Che Sloane Stephens sia una rarità che attraversa il caotico circuito tennistico è possibile percepirlo da tanti piccoli dettagli. Dal comportamento della madre, una ex nuotatrice alla Boston University, che durante gli Internazionali d’Italia 2013 seguiva gli allenamenti delle colleghe della figlia scattando fotografie come potrebbe fare una qualsiasi appassionata. Dall’atteggiamento portato in campo da Sloane stessa, sempre educata, silenziosa, mai uno scatto di stizza, mai un’esultanza troppo chiassosa. Sarà perché, come ha affermato la Stephens:  «La maggior parte delle giocatrici provano a fare cose cattive per intimidirti. Prendono tutto troppo sul serio. Per loro esiste solo il tennis. Per me il tennis è semplicemente un lavoro. La vita è troppo corta».

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Wimbledon Juniores, tra stelle e meteore

Quando il 7 luglio del 1985 il diciassettenne Boris Becker ha trionfato a Wimbledon, l’edizione Juniores se l’era aggiudica un suo coetaneo, il messicano Leonardo Lavalle, che nel ranking ATP non riuscirà mai a sfondare il muro dei top 50. Che valore ha un successo tra gli Juniores alla luce di simili imprese? Un vincitore di Wimbledon under 18 ha buone probabilità di sfondare tra i professionisti? Di diventare un campione di Wimbledon? Albo d’oro alla mano; Bjorn Borg, Stefan Edberg, Pat Cash e Roger Federer sono gli unici vincitori del torneo Juniores maschile capaci di affermarsi anche tra i senior. Senza dimenticare che “l’orso svedese” era appena quindicenne quando ha vinto Wimbledon “dei piccoli”, mentre Cash, Edberg e Federer avevano diciassette anni. Tra tutte le vincitrici del torneo Juniores femminile solamente due sono riuscite nell’accoppiata Juniores-senior: Martina Hingis, a quattordici e a diciassette anni, e Amelie Mauresmo, a diciassette e a ventisette anni. Dal 1970 in poi, se si esclude il grande Ivan Lendl, la mezza conferma Thomas Enqvist e la meteora Chris Lewis, nessun altro vincitore di Wimbledon under 18 è mai riuscito a disputare una finale di uno Slam, privilegio che è invece spettato a un finalista, Mark Philippoussis. Tra le donne, sempre se si considerano le campionesse under 18 dal 1970 in poi, si registrano i successi di Mima Jausovec poi regina al Roland Garros, di Tracy Austin due volte vincitrice all’US Open, Jelena Ostapenko, principessa a Parigi nel 2017 e Caroline Wozniacki, finalmente con uno slam in mano all’Australian Open 2018. All’ultimo atto di uno Slam sono invece giunte Zina Garrison a Wimbledon nel 1991, Natasha Zvereva umiliata agli Open di Francia 1988 e Agnieszka Radwanska, seconda a Wimbledon 2012.

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Wimbledon, il crepuscolo degli dei

Roger Federer trionfa a Wimbledon per l’ottava volta e issa l’asticella delle prove del Grande Slam a quota 19. Numeri immensi che possono, seppure solo entro certi limiti, rendere l’idea della portata di questo giocatore immenso, perché Roger Federer, il Re del tennis, il semidio elvetico, l’idolo delle folle, va oltre a qualsiasi numero. Nomini Roger Federer e si apre un mondo calibrato da numeri record che però non bastano per sorreggerlo quel mondo, l’universo Federer, un luogo dipinto dalla sua perfezione stilistica, delineato dalla bellezza del gesto, da un qualcosa di indefinibile che riesce persino a nascondere quella forza, quella pesantezza, quell’atletismo, persino quel pragmatismo, che ne costituiscono l’essenza, la polvere cosmica del talento incarnato, i pilastri della creazione.

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Jelena Dokic, la ragazza interrotta

Quando il 22 giugno 1999 Martina Hingis scende in campo per disputare il primo turno di Wimbledon, mai avrebbe immaginato che l’incubo iniziato durante la finale del Roland Garros sarebbe proseguito anche sui sacri campi dell‘All England Tennis Club. Si appresta a compiere i palleggi di riscaldamento mantenendo la solita aria di superiorità, Martina, ma sin dalle prime fasi del match si capisce subito che qualcosa la disturba nello sguardo feroce, nei modi spicciativi, nella “giornata di grazia” della sua avversaria, una biondina nata in Croazia, cresciuta in Serbia ma di passaporto australiano, che occupa la 129esima posizione del ranking WTA.  L’elvetica non è solo la numero uno del mondo, è anche l’eletta capace di trionfare sul Centre Court a soli sedici anni; la stessa età che ha Jelena Dokic quando le infligge un 6-2 6-0 figlio di soli 54 minuti di gioco. La sconfitta più umiliante per Martina Hingis. Il trampolino di lancio per Jelena Dokic.

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Ivan Lendl e l’insostenibile ricerca della perfezione

La leggenda vuole che Olga Lendlova, ex tennista professionista diventata maestra, andasse tutti i giorni in campo insieme al figlio di tre anni e che, per evitare un’eventuale smarrimento, fosse solita legarlo a un paletto della rete. «Ubbidienza» e «Disciplina», sono le prime parole che quel bambino, Ivan Lendl associa al tennis. Prigioniero del tennis e della sua predestinazione, Ivan ha intrapreso il suo cammino mantenendosi coerente con e nelle proprie ossessioni: vincere e diventare il migliore tennista del mondo. Non si è mai permesso di sognare, nella sua vita c’è sempre stato posto solo per il duro lavoro, unico complice capace di sostenerlo affinché potesse raggiungere una schiera di obiettivi, sempre più numerosi, sempre più elevati.

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Margaret Smith Court, la forza nei primati

«Per la forza assoluta di prestazioni e conseguimenti non è mai esistita una tennista sua pari». Con queste parole nel luglio del 1979 l’International Tennis Hall of Fame apre i cancelli del paradiso a Margaret Smith Court che dall’alto dei suoi 24 titoli del Grande Slam in singolare, addirittura 64 se si considera anche i titoli di specialità nei doppi, è tuttora la tennista più vincente di tutti tempi per quanto riguarda i quattro Major. Eppure Margaret, nata il 16 luglio del 1942 ad Albury, paesone di circa 40.000 abitanti situato sulla Hume Highway, e soprattutto nata Smith, dato che Court ci sarebbe divenuta venticinque anni dopo, in seguito al matrimonio con il signor Barry Court, in campo pare non abbia mai trasmesso sensazioni particolarmente paradisiache in quanto il suo tennis era esasperatamente muscolare, privo di tocchi soffici, non troppo predisposto a qualsiasi genere di inventiva, anzi esasperatamente pratico persino nella sua spettacolarità.

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Boris Becker, una vita tra prodigi e follie

nato

Sembra ieri quando, sui sacri campi dell’All England Lawn Tennis Club, un diciassettenne tedesco dal fisico statuario, rosso di capelli, la carnagione bianca e punteggiata di efelidi, serve da sinistra una prima micidiale ed accompagna con lo sguardo le braccia al cielo, mentre calpesta l’erba con una serie di passi veloci, un po’ per arrestare la spinta che lo sta lanciando a rete, un po’ come se quel battere rimarcasse quanto pesante sia l’impresa che ha appena compiuto. Sembra ieri, e invece era il 7 luglio del 1985. Quel ragazzino, Boris Becker, capace di imporre la sua presenza facendo del suo impeto, del suo coraggio cieco e al tempo stesso lucidissimo, della sua impertinenza, della sua potenza, delle armi devastanti che lo avrebbero accompagnato per l’intera carriera; è diventato un uomo. Continue reading “Boris Becker, una vita tra prodigi e follie”