Svetlana Kuznetsova, indecifrabile sciarada

11 settembre 2004. Questa la data in cui si chiuse il cerchio, in cui si compì quel qualcosa di indefinibile iniziato tre anni prima in uno strampalato ITF, in uno di quei posti aridi dove si capita per caso, così come per caso capitano tutte le cose destinate a lasciare un segno nella vita; quando in un pomeriggio graffiato da una luce abbagliante la canicola si intrise di quelle parole «presto vincerai uno slam»; e lei ci credette, o forse no, perché non aveva ancora compiuto sedici anni e solo da poco aveva imparato qualche parole d’inglese; aveva già le gambe muscolose e il diritto letale. Svetlana Kuznetsova, così si chiamava.

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Vera Zvonareva, rebus irrisolvibile

Vera Zvonareva ”l’eterna seconda”. Vera Zvonareva “lacrima facile“. Vera Zvonareva ”quella delle scenate isteriche”. Bollata come una perdente di successo incapace di contenere le proprie dirompenti emotività, Vera Zvonareva è tra le rappresentanti della terribile armata russa senza ombra di dubbio quella più sminuita. A differenza di Maria Sharapova, Svetlana Kuznesova e Anastasia Myskina, Vera Zvonareva non ha vinto prove del Grande Slam. Come Elena Dementieva ha disputato due finali slam, perdendole entrambe, ma se la sua connazionale se n’é andata dalle Olimpiadi di Pechino 2008 con un oro appeso al collo, Vera ha dovuto accontentarsi di una medaglia di bronzo; così come contrariamente a Dinara Safina, pure lei vittima di due finali slam dissoltesi in niente, Vera non è mai riuscita a issarsi sul gradino più alto del ranking spingendosi “solofino alla seconda posizione assoluta.

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Little Mo, l’imbattibile sconfitta dal destino

Dallas, 21 giugno 1969. È il solstizio d’estate, il giorno in cui il sole raggiunge il suo punto di declinazione massima, quando a soli 34 anni si spegne una stella che, come una cometa sfolgorante, ha attraversato il Circuito tennistico per alcune stagioni, diventando nel 1953 la prima donna, seppur poco più che un’adolescente, a realizzare il Grande Slam: Maureen Catherine Connolly Brinker. Un destino spietato ha scandito la breve vita di Maureen Connolly, nata a San Diego il 17 settembre del 1934, il cui padre, un marinaio, si è dato alla fuga quando aveva appena quattro anni. Della sua crescita se ne occupa la madre, organista della chiesa di San Diego, che riversa nell’unica figlia tutte quelle ambizioni che non è riuscita ad agguantare per se’. Maureen è ancora una bambina quando viene iniziata alla danza, al canto e al disegno; discipline che segue svogliatamente, giusto per assecondare la madre, mentre lei è animata da una sola passione: l’equitazione. Peccato solo per il costo delle lezioni sia troppo elevato da sostenere per sua madre.

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Steffi Graf, una vita tra record e incubi

«Non è facile per me convivere con la consapevolezza di essere numero uno perché lei è stata aggredita». Steffi Graf è stata n.1 del mondo per 377 settimane, ha vinto 107 titoli titoli WTA, tra cui spiccano 22 prove del Grande Slam consistenti in 7 Wimbledon, 6 Open di Francia, 5 US Open, 4 Australian Open, 5 Master e la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Seul. Eppure Steffi Graf non si è mai sentita in pace, non è stata mai lasciata in pace. L’aggressione subita da Monica Seles il 30 aprile del 1993, ha scatenato sulle vittorie di Steffi una nube tossica capace di espandersi sopra a sedici anni di carriera.

Il “revisionismo storico” che si è abbattuto sui suoi numeri record non si è però limitato alla “macchia Gunther Parche”. Seppure nessuno oserebbe mai depredare Steffi del titolo di campionessa, in molti l’hanno bollata come una “fortunata” dato che quando nel 1986 si è dimostrata competitiva nel circuito Chris Evert era ormai avviata verso i trentadue anni, Martina Navratilova era nei pressi della trentina, e Hana Mandlikova stava per subire un infortunio che le avrebbe compromesso per sempre il ritorno ai vertici. Ultimo “rimprovero” in ordine cronologico, è stato lo slam vinto da Steffi Graf al Roland Garros nel 1999 quando durante una finale che si stava rivelando senza storia a vantaggio di Martina Hingis, un errore arbitrale, rafforzato dall’intervento dei supervisor che ha punito l’elvetica con un penalty point, e dal maleducatissimo pubblico parigino, ha mandato fuori di testa la giovanissima n.1 uno del mondo spianando la vittoria alla tedesca.

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L’Odissea di Jennifer delle meraviglia

«Ci sono molte analogie nelle nostre vite anche se tu  hai vinto molto più di me. Abbiamo affrontato sfide dure; sia in campo che fuori. Siamo arrivate ai vertici dovendo gestire grandissime pressioni e aspettative, non una ma due volte. Non solo siamo diventate delle campionesse, ma credo che abbiamo avuto una parte fondamentale nel trasformare il tennis in quello che è oggi. Abbiamo lottato duro l’una contro l’altra, ma guarda dove siamo adesso. Nelle nostre vite di tenniste si è chiuso un cerchio però siamo di nuovo insieme con un enorme rispetto, ognuna accanto all’altra, anche adesso che è tutto finito». È il 14 luglio 2012 e, nel giorno del suo “insediamento” nella International Tennis Hall of Fame, le prime parole che pronuncia Jennifer Capriati sono rivolte alla donna che l’ha invitata poco prima a salire sul palco, alla campionessa insieme a cui ha diviso e condiviso una ventina d’anni di tennis, tra esordi, ritiri e ritorni: Monica Seles. Dal primo match che le vide opposte, la semifinale del Roland Garros 1990, quando Jennifer aveva da poco compiuto quattordici anni e Monica Seles, che ne aveva solamente tre in più, la sconfisse 6-2 6-2; per passare al luglio del 1991  quando a San Diego la statunitense vinse il suo secondo titolo WTA battendo per la prima volta la belva di Novi Sad 7-6 al terzo; per soffermarsi al settembre dello stesso anno, alla semifinale dell’US Open quando ci volle un altro 7-6 nel set decisivo per decretare la finalista, e quella volta fu Monica a spuntarla; e poi via, via a contendersi tornei e posti al sole, fino all’ultimo match ufficiale, in quella semifinale di Miami del 2002, quando nemmeno a dirlo fu sempre un 7-6 al terzo a decidere la sorte del match, dando ragione a Jennifer.

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Hana Mandlikova, talento senza confini

Milano. Tennis Club Ambrosiano. È il giugno del 1977 quando Hana Mandlikova, una quindicenne cecoslovacca, dal tennis spumeggiante, il fisico asciutto e il carattere introverso, vince una delle più importanti competizioni riservate al tennis juniores, il Torneo Avvenire. Una trentina d’anni dopo, un socio del Circolo  Tennis milanese che ebbe modo di veder giocare la giovane Mandlikova la descrisse come: «Un talento senza confini. Qualcosa di simile non lo avevo mai visto prima. E non l’ho rivisto mai più». Si dice che quando Stendhal visitò la chiesa di Santa Croce a Firenze rimase così stravolto dalla sua bellezza che accusò palpitazioni, vertigini e giramenti di testa. Da qui il nome della Sindrome. L’azzimato sessantenne, tesserato per lo splendido Circolo Tennis  che si estende ai confini del parco Lambro, non si trattenne dal confidare che: «Se mai in vita mia ho vissuto una Sindrome di Stendhal è stato quando ho visto giocare Hana Mandlikova».

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John McEnroe, Il braccio sinistro di Dio

«Sul campo da tennis sei solo. Mi chiedono perché mi arrabbio così tanto: la solitudine in campo è una delle ragioni principali. Sentirmi solo, allo sbaraglio. A volte mi chiedo come tutto questo sia potuto accadere. Credo di essere stato spinto verso una carriera che non desideravo affatto. Ovviamente per me il tennis si è rivelato un’avventura incredibile, ma la verità è che non cercai questa carriera fino a quando non fu il tennis a cercare me. Molti atleti amano il loro sport con tutto il cuore. Non credo di aver mai provato un sentimento simile nei confronti del tennis. Non vedevo l’ora di giocare, ma la partita in se’ era una costante battaglia contro due avversari: l’altro giocatore e me stesso». John McEnroe, il braccio sinistro di Dio, il mancino dotato di un talento fuori quotazione che ha rivoluzionato, deliziato, sconvolto l’impettito mondo del tennis; il ribelle che non si è mai vergognato di urlare la propria rabbia in faccia agli arbitri, di disprezzare gli avversari, di insultare il pubblico; ma anche colui che ha portato la magia dentro un campo da tennis, l’uomo che più di ogni altro è stato associato al tennis, che era il tennis e che ha lasciato un vuoto incolmabile nel nome di quella geniale e irripetibile contraddizione quale era lui, nella sua essenza, nel suo essere John McEnroe.

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Lleyton Hewitt, l’indomabile furore di un eletto

Può essere soddisfatto Lleyton Hewitt, il leone di Adelaide che fece sentire forte il suo ruggito quando era ancora un cucciolo sedicenne e proprio su quel cemento che gli ha dato i natali dove sconfisse in semifinale Andre Agassi per poi andarsi a prendere il titolo sul proprio connazionale Jason Stoltenberg al termine di una battaglia sopita solo dal tie-break decisivo, giusto per offrire un assaggio di cosa doveva aspettarsi il circuito quando di mezzo c’era lui, un terreno in cui il furore avrebbe sempre avuto la meglio sui codici infiocchettati e l’orgoglio avrebbe sempre preceduto una qualsivoglia forma di saggezza; lui, interamente Rusty, privo di un qualsiasi aspetto multiforme, fedele a sé stesso ed alla predestinazione che l’avrebbe accompagnato al di là dei cancelli dell’olimpo nel settembre del 2001, quando rese ancora più caotica New York, e da lì proseguire in una corsa a perdifiato che lo ha eletto il n.1 del mondo più giovane della storia del tennis, verso un secondo slam nel luglio del 2002, in quella che, quanto ad atmosfera, per antonomasia può essere considerato l’antitesi dell’US Open, ossia Wimbledon, rendendo magiche due stagioni sigillate con in testa la corona d’alloro di Maestro.

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Don Budge, l’uragano che devastò il tennis

Correva l’anno 1938 quando sul tramonto di un mite 19 settembre un’imbarcazione che viaggiava a nord-ovest di Portorico segnalò all’ufficio metereologico di Jacksonville, in Florida, la formazione di un uragano sull’Atlantico. In quei giorni a New York un ventitreenne californiano di origini scozzesi, tale Donald Budge, stava inseguendo un sogno: realizzare il Grande Slam. L’improvvisa deviazione da parte dell’uragano provocò un sospiro di sollievo negli abitanti di Miami, ma la tempesta non prese la via prevista dai metereologi, ossia verso est in pieno Oceano, ed il 21 settembre si abbatté su Long Island con onde alte fino a 12 metri, rese ancora più micidiali dal vento capace di toccare i 200 km/h. In realtà su New York pioveva già da quattro giorni che sommati alla catastrofe provocarono la sospensione degli U.S National International fino al 23 settembre. Solo allora Don Budge poté tornare a calcare i campi di una desolata Forest Hills per sconfiggere in semifinale con un triplo 6-3 il connazionale Sidney Wood. Il giorno dopo si sarebbe arreso anche il suo migliore amico, quel Gene Malko che quando vide sfilare l’ultimo 15 corse incontro al fenomeno che lo aveva battuto con il punteggio di 6-3 6-8 6-2 6-1. «Era l’unico al mondo che comprendeva veramente cosa avevo appena fatto»; avrebbe raccontato in seguito il primo uomo capace di vincere nello stesso anno Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open. Perché sì, un uragano lo era pure Don Budge.

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Helen Wills Moody, Little Miss Poker Face

Se il tennis ha avuto la sua Greta Garbo, altri non potrebbe essere stata che Helen Wills Moody. Californiana di Centerville, dove è nata il 6 ottobre del 1905 – stesso millesimo dell’attrice svedese – Helen incarnava il glamour delle star hollywoodiane, con tutti i preziosismi del caso, ma la freddezza caratteriale faceva di lei una figura ambigua, estranea a qualsiasi luogo. Non a caso i suoi modi impenetrabili ne precedettero i trionfi al punto che il giornalista sportivo statunitense Grantland Rice la soprannominò Little Miss Poker Face, ossia Signorina faccia da poker.

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